Roberta Bruzzone indagata per stalking, la denuncia della collega: «Mi ha rovinato la vita»

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un lungo strascico giudiziario, alimentato da denunce incrociate e da un acceso dibattito mediatico, ha raggiunto un nuovo, delicato momento di definizione formale. È la voce della presunta vittima, una professionista che condivide con l’indagata lo stesso ristretto campo della criminologia clinica e forense, a dare il tono alla vicenda: «La Bruzzone mi ha rovinato la vita», dichiara costei, descrivendo un'esistenza trasformata in un incubo durato quasi un decennio. Un clima di paura costante, esteso ai propri familiari – con particolare riferimento alla figlia minorenne, la cui salute avrebbe subito ripercussioni a causa dell’esposizione a questa spirale di conflitti –, rappresenta il presupposto emotivo di una persecuzione che, secondo quanto ricostruito, avrebbe stravolto le abitudini quotidiane della denunciante.

L’inchiesta e il trasferimento a Roma: un fascicolo da due terabyte

Il procedimento penale che vede coinvolta Roberta Bruzzone, insieme ad altre tre persone, è stato avviato dalla Procura di Cagliari per poi essere trasmesso alla Procura di Roma per competenza territoriale, dopo che la persona offesa ha assunto le funzioni di giudice onorario presso il Tribunale per i minorenni del capoluogo sardo. La contestazione, formalizzata con l’avviso di conclusione indagini firmato dal pubblico ministero Gilberto Ganassi, ipotizza il reato di atti persecutori (stalking) consumatisi in un arco temporale di almeno tre anni. Il cuore dell’indagine è racchiuso in un so hard disk da due terabyte, contenente le trascrizioni di conversazioni private avvenute su chat di gruppo e l’attività documentata su piattaforme pubbliche come Facebook, YouTube e Twitch. Secondo l’accusa, non si tratterebbe di episodi isolati, ma di una condotta sistematica, un vero e proprio modus operandi orchestrato da un gruppo coeso, finalizzato a demolire la credibilità professionale e personale della collega.

Il braccio di ferro giudiziario e il duello tra consulenze tecniche

L’origine dello scontro, destinato a trasformarsi in un braccio di ferro fatto di querele e controquerele, affonda le radici in un caso di cronaca nera risalente al 2011: il tentato femminicidio di Valentina Pitzalis, in cui perse la vita Manuel Piredda. In quel contesto processuale, le due professioniste si trovarono su fronti opposti: mentre Bruzzone affiancava la parte della donna sopravvissuta, Elisabetta Sionis – all’epoca consulente della difesa per la famiglia della vittima – produsse una perizia che, secondo l’attuale indagata, avrebbe contenuto elementi gravemente lesivi. Da quel dissidio professionale, sostengono gli inquirenti, sarebbe scaturita una strategia di delegittimazione che avrebbe travalicato il mero contraddittorio tecnico, sfociando in attacchi personali e nella diffusione di contenuti giudicati vessatori.

Le chat sotto accusa e la replica della criminologa

Nelle pieghe del fascicolo finiscono una serie di messaggi che il pm contesta come prova della natura concertata dell’azione persecutoria. Tra le conversazioni riportate, spiccano frasi in cui la criminologa si augura un «bel malaccio» per la rivale o la descrive come «in putrefazione», espressioni accompagnate talvolta da riferimenti denigratori alla professionalità della collega, definita con epiteti sarcastici. Bruzzone, da parte sua, respinge con forza ogni addebito: si dichiara vittima di una campagna diffamatoria e afferma di essere lei stessa oggetto di indagini per fatti analoghi da parte della Procura di Roma. Sostiene che gli elementi raccolti contro di lei siano «falsità» e che non vi sia alcuna corrispondenza diretta tra i propri post e le persone indicate come danneggiate. La difesa punta il dito sulla competenza territoriale, ritenendo viziata l’origine delle indagini condotte a Cagliari.

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