Il presidente escluso: i vertici militari tengono Trump fuori dalla Situation Room nella crisi iraniana

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Secondo quanto rivelato dal Wall Street Journal, l’inquilino della Casa Bianca sarebbe stato deliberatamente tenuto all’oscuro dei briefing più delicati riguardanti le operazioni in corso nel Golfo Persico, una scelta – spiegano fonti qualificate citate dal quotidiano – maturata all’indomani dell’abbattimento di un caccia F-15 in territorio iraniano, quando due aviatori americani erano dispersi. I consiglieri militari, preoccupati che l’approccio impulsivo del tycoon potesse compromettere le delicate fasi del salvataggio, avrebbero optato per un filtraggio sistematico delle informazioni: niente aggiornamenti in tempo reale, nessuna presenza fisica nella stanza operativa, solo comunicazioni selezionate nei “momenti significativi” della missione. Lo stesso presidente, informato dell’accaduto, avrebbe reagito con urla incontrollate rivolte ai collaboratori per ore intere, mostrando – a detta di chi lo assiste – una frustrazione crescente alimentata anche dal fantasma della crisi degli ostaggi del 1979, quella che costò l’elezione a Jimmy Carter.

L’ombra del passato e la paura delle vittime

Non è solo la gestione dell’emergenza a rivelare un isolamento di fatto del comandante in capo, quanto piuttosto la contraddizione stridente tra la spavalderia mostrata pubblicamente – con tanto di proclami sui social network – e le titubanze emerse nei retroscena del Pentagono. I vertici militari, si legge ancora nell’inchiesta del Wall Street Journal, avrebbero addirittura valutato l’ipotesi di un’invasione per impossessarsi dell’isola di Kharg (il terminale da cui passa il 90% del petrolio iraniano), trovandosi però davanti al veto secco del presidente: “Sarebbero bersagli facili”, avrebbe obiettato Trump, paralizzato dal timore di un alto numero di vittime tra i caschi blu. Un atteggiamento, questo, che stride con la retorica aggressiva utilizzata nelle dirette social, dove lo stesso leader non ha esitato a rivendicare la distruzione della flotta navale iraniana o a minacciare la cancellazione delle infrastrutture energetiche nemiche.

L’affondo contro il Wall Street Journal: “Nessuno mi considera un fesso”

La replica del diretto interessato non si è fatta attendere, ed è arrivata – come suo solito – attraverso un lungo post pubblicato su Truth, la sua piattaforma social. L’obiettivo polemico è stato l’editorialista Elliot Kaufman, reo di aver titolato un pezzo “Gli iraniani considerano Trump un fesso”. “C’è un idiota nel comitato editoriale del Wall Street Journal”, ha scritto il presidente, elencando poi i presunti successi militari contro Teheran: l’affondamento della Marina, l’annientamento dell’Aeronautica, la distruzione dei laboratori nucleari e la morte del generale Soleimani. Secondo Trump, l’articolo sarebbe frutto di una deriva politica del giornale di Rupert Murdoch, ormai “solo un altro straccio in declino”, mentre l’Iran perderebbe 500 milioni di dollari al giorno a causa del blocco navale imposto dagli Stati Uniti nello Stretto di Hormuz.

La perdita di fiducia nelle stanze del potere

Al di là della querelle giornalistica, ciò che emerge dalle ricostruzioni è un quadro istituzionale inedito per gli standard americani: un presidente che, per sua stessa ammissione, viene escluso dalla catena di comando operativa perché ritenuto inaffidabile. Non si tratta di un semplice contrasto politico, ma di un problema strutturale che investe la credibilità stessa della Casa Bianca. Fonti della sicurezza nazionale hanno confidato ai media che i briefing venivano “pre-costruiti” dallo staff per limitare le oscillazioni del capo dello Stato, il quale – nel giro di pochi minuti – è capace di dire tutto e il contrario di tutto, alternando aperture negoziali a minacce di guerra. La gestione del conflitto in Medio Oriente, in questa prospettiva, appare priva di una linea coerente, affidata più all’istinto del momento che a una strategia condivisa con i vertici del Pentagono. La sensazione, leggendo i retroscena, è che a pagare il prezzo più alto non sia tanto l’orgoglio personale del tycoon, quanto la funzionalità di un sistema che, nelle ore cruciali di una crisi internazionale, ha preferito fare a meno del suo comandante in capo.

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