Teheran chiude (di nuovo) Hormuz: “Accordo lontano”. Trump nella situation room: “Senza svolta, guerra imminente”

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   La tregua, già fragile, mostra evidenti segni di cedimento. A poche ore da un’apertura – più teorica che pratica – lo Stretto di Hormuz è tornato sotto il ferreo blocco navale imposto dai Pasdaran. L’annuncio, arrivato nella notte via tv di stato, ha spinto il presidente americano Donald Trump a convocare d’urgenza una riunione nella Situation Room della Casa Bianca. Il messaggio, filtrato da un alto funzionare statunitense citato dal sito Axios, è categorico: a meno di una svolta improvvisa nei colloqui di pace, il conflitto potrebbe riprendere entro pochissimi giorni. Una eventualità, questa, che sembra aleggiare pesantemente sulle cancellerie internazionali, mentre i diretti interessati, a Teheran, sembrano aver alzato ulteriormente il tiro.

La posizione di Teheran: “Progressi, ma restiamo lontani”

A parlare per la Repubblica islamica è stato Mohammad Baqer Ghalibaf, presidente del parlamento. In un’intervista rilasciata all’agenzia di stampa Tasnim, Ghalibaf ha provato a tenere insieme due concetti apparentemente contraddittori. Da un lato, ha riconosciuto che “ci sono stati progressi nei negoziati” con la controparte americana. Dall’altro, però, ha subito smorzato gli entusiasmi, dichiarando che le “lacune” tra le due parti restano ancora enormi. “Abbiamo giunto a conclusioni su alcune questioni – ha spiegato – ma su altre no, e sono state sollevate varie proposte. Siamo ancora lontani da una discussione definitiva”. Un cauto ottimismo, quello mostrato dal politico iraniano, che si scontra però con la realtà dei fatti sul terreno, dove la situazione è tornata a surriscaldarsi in modo preoccupante.

Braccio di ferro sullo Stretto: blocco navale e minacce di abbordaggio

Il fulcro della crisi rimane il controllo delle acque dello Stretto, un passaggio cruciale per il commercio energetico globale. La nuova chiusura è stata giustificata da Teheran come risposta diretta al blocco navale imposto dagli Stati Uniti. I Guardiani della Rivoluzione (Pasdaran) sono stati chiari nel loro ultimatum: qualsiasi imbarcazione, sia nel Golfo Persico che nel Mar d’Oman, che tenti di spostarsi dal proprio ancoraggio verso lo Stretto, verrà considerata “collaboratrice del nemico”. Le conseguenze, per chi violerà il divieto, potrebbero essere letali, con i militari iraniani pronti a prendere di mira i trasgressori. Sul fronte opposto, Washington non sembra intenzionata a fare passi indietro. Secondo alcune fonti, le forze statunitensi sarebbero pronte ad abbordare le navi legate proprio ai Pasdaran, in un’escalation che evoca i momenti più bui della tensione nella regione.

Le divergenze di fondo: nucleare e sovranità

Nonostante Ghalibaf parli di una finestra di dialogo ancora aperta, i nodi da sciogliere restano complessi. Il presidente del parlamento iraniano ha ribadito che Repubblica islamica e Stati Uniti hanno opinioni differenti su diverse questioni nucleari e, ovviamente, sulla gestione dello Stretto di Hormuz. Una divergenza che, come ammesso dallo stesso Ghalibaf, impedisce la firma di un accordo stabile. L’Iran rivendica il diritto di controllare il transito nelle proprie acque territoriali, mentre gli Stati Uniti considerano il blocco navale una violazione dei principi della libera navigazione. Un braccio di ferro, questo, che rischia di rendere vani gli sforzi diplomatici delle ultime settimane, riportando l’intera area sul baratro di un nuovo conflitto aperto.

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