Guerra in Iran, Trump frena sulla proposta di Teheran per Hormuz: “Scetticismo” nella situation room
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Redazione Esteri
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La tensione intorno allo Stretto di Hormuz, uno dei punti nevralgici per i flussi energetici globali e teatro di continue scaramucce tra le marine militari, si è trasformata in queste ore in un vero e proprio banco di prova per la tenacia del tavolo negoziale tra Stati Uniti e Iran. Che i canali diplomatici siano ancora aperti, seppur vibranti per le pressioni reciproche, lo dimostra la riunione convocata ieri dal presidente americano Donald Trump nella situation room della Casa Bianca: un faccia a faccia tra i vertici militari e i consiglieri per la sicurezza nazionale da cui è emerso, stando alle ricostruzioni raccolte dal Wall Street Journal, uno scetticismo di fondo verso l’ultima proposta iraniana. L’offerta di Teheran, presentata nei giorni scorsi attraverso canali indiretti, prevede la riapertura immediata dello Stretto, attualmente chiuso a causa delle ostilità, in cambio della revoca del blocco navale imposto dagli Stati Uniti ai porti iraniani e della fine della guerra. Non solo: i colloqui sul programma nucleare e sul futuro dell’arricchimento dell’uranio verrebbero congelati e rinviati a una fase successiva, quasi come una sorta di pedina da giocarsi solo dopo aver ottenuto un cessate il fuoco duraturo.
Un’offerta a scaglioni che non convince i vertici americani
La struttura stessa della proposta – una tregua su Hormuz che prescinde da qualsiasi impegno concreto sull’atomica – è ciò che alimenta i dubbi nella stanza dei bottoni. Amir Saeid Iravani, ambasciatore iraniano presso le Nazioni Unite, ha ribadito la posizione di Teheran durante una sessione del Consiglio di sicurezza: “Una stabilità e una sicurezza durature nel Golfo e nella regione più ampia – ha dichiarato – possono essere garantite solo da una cessazione duratura e permanente di ogni aggressione contro l’Iran, accompagnata da garanzie credibili di non ripetizione e dal pieno rispetto dei legittimi diritti e interessi sovrani di Teheran”. Parole che, tradotte sul campo, significano una cosa sola: l’Iran non intende discutere del suo programma di arricchimento dell’uranio finché non sarà revocato l’embargo e finché le navi da guerra statunitensi non molleranno la presa. Trump, che già nel suo primo mandato ritirò unilateralmente gli Stati Uniti dal Jcpoa, l’intesa siglata da Barack Obama con gli ayatollah, vede in questo scambio una trappola potenziale. L’attuale presidente – tornato alla Casa Bianca ormai da più di un anno e abituato a giudicare ogni intesa sul metro della “forza” – teme che accettare la riapertura di Hormuz senza un accordo preventivo sul nucleare equivarrebbe a cedere l’unica leva rimasta per mettere un freno all’arricchimento dell’uranio.
Trump e il fantasma dell’accordo di Obama: “Sarà molto migliore”
Non è un caso, del resto, se lo stesso Trump ha paragonato più volte l’accordo che vorrebbe ottenere con l’Iran a quello firmato da Obama, definendolo ripetutamente “MOLTO MIGLIORE” in post pubblicati sui suoi social. Una retorica che serve a marcare la differenza tra la sua linea dura e quella che lui considera un’intesa ingenua, ma che nasconde anche un’insidia di fondo: il presidente americano sa che il risultato della guerra – e la sua stessa credibilità internazionale – verranno giudicati sulla base dell’intesa che riuscirà a strappare. E un accordo che si limitasse a riaprire lo Stretto rinviando sine die la questione nucleare sarebbe letto, dai falchi di Washington come dagli alleati del Golfo, come una resa mascherata. Durante la riunione nella situation room, la discussione si è concentrata proprio su questo punto: accettare la proposta iraniana, sia pure con modifiche, o rispondere con una controfferta che leghi indissolubilmente la fine delle ostilità a Hormuz allo smantellamento del programma di arricchimento? I consiglieri di Trump, pur riconoscendo che un dialogo va mantenuto aperto, hanno espresso perplessità sull’azione in buona fede dell’Iran e sulla reale intenzione di Teheran di abbandonare la corsa all’arma atomica.
Nessuna chiusura definitiva, ma lo stallo resta l’ipotesi più probabile
Nonostante lo scetticismo prevalente – come riferito dal Wall Street Journal – l’offerta iraniana non è stata respinta categoricamente. La Casa Bianca continuerà a negoziare con Teheran, e probabilmente presenterà la sua risposta e le sue controproposte nei prossimi giorni. Un atteggiamento, questo, che lascia aperto uno spiraglio per evitare una escalation ulteriore, ma che al contempo conferma quanto sia profondo il divario tra le due visioni. Da un lato, l’Iran chiede un cessate il fuoco e la revoca delle sanzioni portuali come prerequisito per parlare del nucleare; dall’altro, gli Stati Uniti non intendono allentare la morsa senza garanzie scritte e verificabili sull’arricchimento dell’uranio. In mezzo, lo Stretto di Hormuz resta chiuso, le petroliere non transitano e la guerra, con le sue vittime (di cui le inchieste giudiziarie stanno cercando di accertare le responsabilità tra attacchi mirati e vittime civili), prosegue senza sosta. L’unico punto fermo, se così si può chiamare, è che i canali diplomatici non si sono interrotti: un segnale, per quanto fragile, che entrambe le parti ancora ritengono di avere qualcosa da guadagnare dal tavolo, prima che dal cannone.




