Piano casa, il parere delle Regioni affonda le certezze del governo

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Dopo mesi di annunci trionfalistici e proclami sulla soluzione alla crisi abitativa, il “Piano casa” varato dal governo (e caldeggiato personalmente dal ministro Matteo Salvini, che lo aveva presentato come un cavallo di battaglia) si arena oggi di fronte al giudizio pesantemente critico delle Regioni.

Non si tratta di un semplice rinvio tecnico, quello richiesto in sede di Conferenza Unificata, ma di una vera e propria battuta d’arresto politica che ne mette in discussione le fondamenta strategiche: l’organo tecnico-politico deputato a coordinare le politiche territoriali, ovvero la Commissione Infrastrutture e Governo del Territorio della Conferenza delle Regioni, ha infatti espresso un parere che definire negativo sarebbe persino un eufemismo, evidenziando come le risorse stanziate siano del tutto insufficienti rispetto all’emergenza reale e come l’architettura del provvedimento calpesti

Di fatto l’autonomia locale. Nessuna Regione, neppure quelle a trazione centrodestra, ha votato a favore del testo così come confezionato da Palazzo Chigi; si è registrata semmai l’astensione di Lombardia e Abruzzo, mentre Umbria, Toscana, Campania, Sardegna e la Provincia autonoma di Bolzano hanno espresso una contrarietà netta, con le altre amministrazioni che hanno preferito non partecipare al voto per non dover sconfessare pubblicamente l’esecutivo.

I nodi strutturali del provvedimento

Se si osservano i documenti emersi dal confronto, tre sono le criticità principali che affossano l’impianto del decreto. La prima – e forse la più evidente per chiunque abbia a che fare con i bilanci pubblici – riguarda l’entità delle risorse: le coperture finanziarie previste, secondo le valutazioni tecniche degli assessori regionali, non sarebbero in grado di fronteggiare neppure lontanamente l’emergenza abitativa che attanaglia le grandi città e le aree a forte pressione turistica, figuriamoci il disagio diffuso nelle periferie.

In seconda battuta, pesa come un macigno l’assenza totale di rifinanziamenti per due strumenti ritenuti essenziali dalle amministrazioni locali: il contributo affitti e il fondo per la morosità incolpevole. Si tratta, lo si ricordi, di quei sostegni economici che permettono alle famiglie in difficoltà (soprattutto in seguito a perdite del lavoro o malattie gravi) di non finire sul lastrico, scongiurando gli sfratti; privarle di queste coperture significa, di fatto, rendere il Piano sordo verso l’emergenza sociale più immediata.

Vi è poi un terzo elemento, forse il più spinoso dal punto di vista politico-istituzionale, che riguarda la governance dell’intero operazione. Il decreto prevede infatti la nomina di un commissario straordinario (dotato di poteri di ordinanza in deroga alla legislazione ordinaria, escluse le materie penali e paesaggistiche) con il compito di accelerare la realizzazione degli alloggi.

Ebbene, le Regioni contestano proprio l’eccessiva ampiezza di questi poteri, che vengono giudicati “invasivi” rispetto alle competenze costituzionalmente garantite agli enti territoriali in materia di urbanistica e governo del territorio. Il timore, espresso chiaramente nel corso delle riunioni della Commissione, è che il nuovo assetto finisca per ridurre il ruolo di Regioni e Comuni a meri esecutori materiali di scelte prese a livello centrale, azzerando quella programmazione di dettaglio che solo chi vive il territorio può realmente calibrare.

L’effetto della frana sulla maggioranza

A rendere il quadro politico particolarmente complesso per l’esecutivo non è tanto l’opposizione delle amministrazioni guidate dal centrosinistra – aspetto fisiologico in una democrazia – quanto la spaccatura interna al campo della destra stessa. La richiesta formale di rinvio del parere, avanzata dal presidente della Conferenza delle Regioni (esponente della Lega, si noti bene) per “proseguire l’interlocuzione nei tavoli aperti con i ministeri”, dimostra plasticamente come la tensione attraversi anche i territori governati dagli alleati di FdI e Lega.

Nelle more di questo confronto, mentre l’esame parlamentare del decreto (formalmente approvato in Consiglio dei ministri un mese e mezzo fa) prosegue alla Camera, l’esecutivo si trova costretto a rivedere le sue posizioni su punti che credeva acquisiti.

I sindacati degli inquilini – Sunia, Sicet e Uniat – che avevano già promosso manifestazioni contro quelle che definiscono “operazioni di speculazione immobiliare mascherate da welfare”, guardano con attenzione a questo braccio di ferro, auspicando che le richieste provenienti dalla Conferenza Stato-Regioni vengano recepite in aula per scongiurare quella che a loro avviso è una mera operazione di finanziarizzazione del patrimonio edilizio popolare.

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