Il Pkk si ritira in Iraq, e chiede la liberazione di Ocalan
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Redazione Esteri
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Dopo quattro decenni di un conflitto sanguinoso, che ha lasciato sul campo un numero di vittime stimato intorno alle cinquantamila unità, il Partito dei Lavoratori del Kurdistan ha formalmente annunciato, nel corso di una cerimonia tenutasi nell'area montuosa di Qandil, il trasferimento di tutti i suoi combattenti dal territorio turco a quello iracheno. L'evento, simbolicamente carico, si è svolto davanti al ritratto del leader storico Abdullah Ocalan, quasi a sottolinearne la persistente influenza nonostante la sua reclusione, protratta ormai dal lontano 1999. Tale mossa, che segue di pochi mesi la rinuncia ufficiale alla lotta armata dichiarata lo scorso maggio, rappresenta un passo senza precedenti, finalizzato a dare origine a quella che il movimento stesso ha definito "una vita libera, democratica e fraterna".
La richiesta chiave per il processo di pace
La dichiarazione di ritiro, per quanto significativa, non è stata avanzata in maniera isolata, ma è accompagnata da una precisa richiesta politica indirizzata alle autorità di Ankara. Il Pkk, infatti, ha esortato il governo turco a implementare "senza indugio" tutte quelle misure, sia di natura giuridica che politica, ritenute indispensabili per garantire la continuità e la credibilità del dialogo avviato. Tra di esse, una emerge con forza particolare, indicata dai militanti come la conditio sine qua non per ogni ulteriore progresso: la liberazione di Abdullah Ocalan. La sua scarcerazione, stando alle parole del gruppo, è "cruciale per far avanzare con maggiore efficacia il processo di pace", configurandosi come il gesto più potente che la Turchia potrebbe compiere per dimostrare la propria volontà di riconciliazione.
L'appello per un incontro immediato in carcere
A rafforzare questa posizione è intervenuta la voce di uno dei militanti più in vista del movimento, Sabri Ok, il quale ha parlato ai giornalisti subito dopo l'annuncio del trasferimento delle forze. Ok ha esortato con decisione la commissione parlamentare turca che sovrintende al processo di pace a compiere un gesto altrettanto concreto e immediato. "La commissione parlamentare deve immediatamente rivolgersi al leader Apo e ascoltarlo, questa è la chiave", ha dichiarato, utilizzando il comune soprannome del fondatore del Pkk. Questo incontro, secondo la prospettiva del gruppo, non sarebbe una semplice formalità, bensì il presupposto fondamentale per sbloccare una trattativa che, nonostante i passi compiuti, appare ancora fragile e bisognosa di gesti inequivocabili da entrambe le parti.
Uno scenario in trasformazione
La decisione di ritirarsi e di disarmare, presa in risposta a un appello dello stesso Ocalan, segna un punto di svolta epocale in una contrada che, dal 1984, è stata teatro di una insurrezione armata. Il movimento, che ora dichiara di voler lasciare la Turchia per concentrarsi in Iraq, spinge implicitamente Ankara a compiere le necessarie riforme che gli consentano, in un futuro non precisato, di operare attraverso canali politici legittimi. Si tratta di una transizione delicatissima, il cui esito è legato a doppio filo alla capacità delle istituzioni turche di rispondere alle sollecitazioni che giungono dal fronte curdo, tra le quali, appunto, la questione della detenzione del loro leader storico rimane centrale e inderogabile.




