Putin spinge per il Donbass a tavolino, ma i tempi del campo di battaglia raccontano una storia diversa
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Redazione Esteri
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Mentre il gelo invernale frena le operazioni dei droni, rendendo il fronte un gigante immobile e silenzioso, la guerra diplomatica conosce invece un’accelerazione improvvisa. Vladimir Putin, riproponendo una condizione che per Kiev suona come una resa incondizionata, ha dichiarato che i combattimenti potrebbero fermarsi qualora l’Ucraina accettasse di ritirarsi dalla regione del Donbass, un territorio che, nonostante gli sforzi prolungati, le forze armate russe non sono riuscite a controllare per intero. Una richiesta, questa, che si inserisce in un contesto negoziale più ampio, nel quale il Cremlino ha definito “serio” il processo per una soluzione concordata, pur senza smettere di ribadire, attraverso i suoi portavoce, che su quelle che definisce “questioni fondamentali” non intende fare alcun tipo di concessione. La posizione ucraina, dal canto suo, rimane fortemente scettica, con il presidente Zelensky che, dopo un colloquio con i vertici dell’Unione Europea, ha sollecitato la continuazione della pressione internazionale su Mosca.
Il ritmo reale dell'avanzata russa
A smentire, però, la narrazione di un’ineluttabile vittoria russa, sono i numeri crudi che arrivano dal campo. Le analisi condotte da istituti specializzati nello studio del conflitto, i quali mettono in guardia proprio contro una percezione “doppiamente costruita” dagli strateghi del Cremlino, dipingono un quadro ben diverso. Nella zona di Pokrovsk, teatro di alcuni degli scontri più cruenti, l’avanzata delle truppe di Mosca procede a un ritmo estremamente lento, calcolato in appena 0,12 chilometri al giorno. Un’erosione graduale del territorio, certamente, ma che, se mantenuta a questo ritmo, non permetterebbe di assicurarsi il pieno controllo dell’intera regione del Donbass prima dell’agosto del 2027. Una prospettiva temporale che si allontana notevolmente dalle pretese avanzate a livello diplomatico.
Le mosse della diplomazia internazionale
Sullo sfondo di questo stallo operativo, la diplomazia internazionale tenta di aprire nuovi varchi. Il primo ministro ungherese Viktor Orbàn, secondo quanto riportato da fonti di stampa del suo paese, avrebbe in programma un nuovo viaggio a Mosca, che rappresenterebbe il suo primo incontro di persona con Putin da una precedente “missione di pace” svoltasi mesi addietro. Contemporaneamente, l’amministrazione del presidente americano Donald Trump ha inviato il suo emissario, Witkoff, presso il Cremlino, in un tentativo di sbloccare le trattative. A questi movimenti si accompagna l’ottimismo cauto del primo ministro olandese Mark Rutte, il quale ha ventilato la possibilità concreta che il conflitto possa trovare una sua conclusione entro l’anno prossimo, un’ipotesi che dalla Russia è stata accolta con un cauto interesse, come ha lasciato intendere il portavoce presidenziale Peskov, il quale ha affermato che al Cremlino “ci piacerebbe” che le cose andassero in quella direzione.
La distanza incolmabile tra il tavolo e la trincea
Il nodo centrale, tuttavia, rimane l’incolmabile divario tra le richieste russe sul piano negoziale e la realtà dei fatti sul terreno. L’insistenza di Putin sul riconoscimento della Crimea e del Donbass come russi, che egli stesso ha indicato come la “questione chiave” su cui si gioca ogni possibile accordo, si scontra con l’impossibilità militare di dettare tali condizioni in tempi brevi. L’Ucraina, dal canto suo, pur non avendo perso la guerra, si trova a dover gestire una difficile partita, combattendo non solo nelle trincee ma anche contro una narrativa della vittoria inevitabile di Mosca, che rischia di logorare il sostegno dei suoi alleati. La guerra, in definitiva, appare lontana da una sua soluzione, divisa com’è tra un campo di battaglia quasi paralizzato e un tavolo delle trattative dove le posizioni sembrano ancora troppo distanti per un reale compromesso.




