Putin, dieci anni per creare "veri russi" nel Donbass tra guerra e negoziati
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Redazione Esteri
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Anche mentre le diplomazie si muovono, con la trattativa sul possibile cessate il fuoco che resta un obiettivo sfuggente, il Cremlino porta avanti, con metodica determinazione, il suo progetto di lungo periodo: la piena assimilazione degli ucraini che vivono nei territori occupati. Una strategia che, stando alle linee guida trapelate, non si limita al controllo militare o amministrativo, ma punta a un'alterazione profonda dell'identità, fissando un orizzonte temporale di un decennio per completare quella che viene definita, senza mezzi termini, una trasformazione in "veri russi". Un esperimento politico e culturale di vasta portata, che procede parallelo alle operazioni sul campo, dove l'annuncio della presa di nuovi centri come Pokrovsk serve a cementare, nella narrazione ufficiale, un fatto compiuto irreversibile.
Il meccanismo della russificazione forzata
I metodi di questa assimilazione coatta, che qualcuno definirebbe un vero e proprio esperimento sociale, sono molteplici e penetranti. Si va dall'imposizione del curriculum scolastico e dei libri di testo russi, strumenti fondamentali per plasmare le nuove generazioni, alla sostituzione dell'apparato giudiziario e amministrativo con strutture fedeli a Mosca. Non mancano, poi, le azioni più dirette e punitive, come le trasmissioni televisive in cui civili ucraini vengono pubblicamente accusati di collaborazionismo con il governo di Volodymyr Zelensky, spettacoli mediatici che hanno il duplice scopo di umiliare e di instillare paura, dissuadendo qualsiasi forma di dissenso. L'obiettivo dichiarato è la creazione di un'identità "omogenea", cancellando progressivamente qualsiasi traccia distintiva ucraina, considerata un pericoloso nazionalismo da estirpare.
La stanchezza interna e lo spettro del punto di non ritorno
All'interno della Russia, tuttavia, il prolungarsi del conflitto non è privo di effetti. La politologa Ekaterina Schulmann, in esilio da tempo, sottolinea come la stanchezza sia un sentimento ormai diffuso, toccando non solo la popolazione ma anche segmenti delle élite, colpite dalle sanzioni e dalle trasformazioni in atto. "Nessuno crede più alla vittoria", afferma, dipingendo un quadro di disillusione che contrasta con la retorica trionfalista dei media di Stato. Un simbolo potente di questa logorante continuità è il prossimo traguardo temporale che si avvicina: i 1.418 giorni, durata della cosiddetta Guerra Patriottica contro la Germania nazista, un paragone storico carico di significato nella memoria collettiva russa. Come nota un quotidiano moscovita, "la vita di ieri è finita", e il paese, spingendosi sempre più oltre, avrebbe ormai superato un punto di non ritorno.
Le implicazioni per l'Occidente in uno scenario di vittoria di Mosca
Le conseguenze di un eventuale successo di Vladimir Putin nel raggiungere i suoi obiettivi principali in Ucraina vengono dipinte come gravissime per l'Occidente. Lo storico Timothy Snider, analizzando i punti dell'accordo in discussione promosso dall'amministrazione Trump, enumera una serie di problemi strategici che una tale conclusione del conflitto comporterebbe. Si tratterebbe, nella sua visione, di una tragedia per le democrazie europee, non solo per la legittimazione dell'uso della forza per modificare i confini, ma anche per l'inevitabile destabilizzazione dell'ordine di sicurezza continentale. Una vittoria russa, seppur parziale, rafforzerebbe infatti modelli autoritari, minaccerebbe la credibilità delle alleanze difensive e aprirebbe la strada a future rivendicazioni espansionistiche, gettando un'ombra lunga sulla stabilità futura.




