Putin pone le sue condizioni per la pace: Donbass e Crimea o la guerra continua
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Redazione Esteri
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Vladimir Putin, dopo un intenso lavorio diplomatico che ha visto crescere le tensioni attorno a un possibile piano statunitense per chiudere il conflitto, è tornato a parlare in prima persona, delineando con chiarezza i termini che Mosca considera non negoziabili. Il riconoscimento legale, e non solo de facto, dell’annessione della Crimea e del controllo sul Donbass rappresenta, secondo il presidente russo, «una questione chiave» per giungere a qualsiasi intesa di pace, una precondizione che di fatto congela sul nascere le trattative finché Kiev non accetterà quella che viene percepita come una cessione territoriale. La posizione del Cremlino, che attraverso i suoi portavoce ha ribadito di non voler fare «concessioni sulle questioni fondamentali», sembra quindi irrigidirsi ulteriormente, proprio mentre gli Stati Uniti, con Donald Trump nuovamente presidente, si apprestano a inviare il proprio emissario Steve Witkoff per colloqui diretti.
L’illegittimità di Kiev e l’avallo di Orbán
Putin, il quale ha definito il piano discusso tra Washington e l’Ucraina soltanto «una base per un futuro accordo», ha poi aggiunto un ulteriore e insidioso tassello alla sua strategia, dichiarando legalmente impossibile qualsiasi firma con l’attuale leadership di Volodymyr Zelensky, da lui considerata «illegittima» per non aver indetto elezioni. Una mossa, questa, che getta un’ombra pesante sulla stessa controparte negoziale, rendendo di fatto vano ogni tentativo di mediazione immediata. Nel contempo, si prepara un nuovo vertice a Mosca, dove il primo ministro ungherese Viktor Orbán potrebbe recarsi, secondo quanto riportato dal quotidiano Telex, per un incontro con Putin, il primo dal luglio 2024 quando l’uomo di Budapest parlò di una propria «missione di pace».
La questione degli asset e il disgelo sportivo
Un altro fronte di scontro, parallelo a quello militare e diplomatico, è quello economico-finanziario, sul quale il presidente russo ha tuonato contro le iniziative dell’Unione Europea in merito agli asset russi confiscati, bollando senza mezzi termini l’operazione come «un furto se li sequestrano». Una presa di posizione che mira a delegittimare le sanzioni occidentali e a proteggere il patrimonio della Federazione all’estero. Intanto, segnali di un parziale disgelo arrivano dal mondo dello sport: la Federazione mondiale di Judo, disciplina della quale Putin è stato presidente onorario, ha deciso di porre fine al bando internazionale, permettendo agli atleti russi di tornare a gareggiare con la propria bandiera e il proprio inno, un fatto simbolico non trascurabile nel più ampio contesto delle relazioni internazionali.
Le prospettive immediate e il ruolo di Trump
Mentre si profilano i negoiati tra Stati Uniti e Ucraina nel weekend, la situazione appare dunque in una fase di stallo determinata dalle pretese russe, che fissano un prezzo iniziale molto alto per qualsiasi cessazione delle ostilità. L’invio di Witkoff da parte di Trump segna un ritorno diretto di Washington nel dossier, un elemento che potrebbe alterare gli equilibri, sebbene le condizioni poste da Putin sembrino lasciare poco spazio a un compromesso rapido. Altri leader, come il primo ministro olandese Mark Rutte, hanno espresso la possibilità che la guerra possa concludersi entro il 2025, un’ipotesi alla quale il Cremlino ha reagito affermando semplicemente che «ci piacerebbe», senza però mostrare alcun segno di flessione sulle richieste territoriali.




