Putin pone le sue condizioni per la pace: Donbass e Crimea alla Russia
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Redazione Esteri
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Vladimir Putin, dopo un intenso lavorio diplomatico che ha visto l'invio a Mosca dell'emissario statunitense Steve Witkoff da parte del presidente Donald Trump, è tornato a parlare in prima persona, delineando con chiarezza i termini, non negoziabili, per un eventuale cessate il fuoco in Ucraina. Il riconoscimento legale, e non soltanto de facto, dell'annessione della Crimea e del controllo sul Donbass rappresenta, secondo il Cremlino, «una questione chiave» irrinunciabile, senza la quale ogni trattativa risulterebbe vana. Una posizione che, come ha tenuto a precisare Mosca attraverso i suoi portavoce, non ammette concessioni su quelle che vengono definite «questioni fondamentali», lasciando intendere che l'alternativa a un'accettazione di questi presupposti non possa che essere la continuazione del conflitto.
La legittimità di Kiev e l'offensiva sugli asset
Paradossalmente, mentre definisce la bozza di piano discussa tra Washington e Kiev «una base per un futuro accordo», Putin nega al contempo la possibilità giuridica di siglare qualsiasi intesa con l'attuale governo ucraino. Il presidente russo, infatti, sostiene che le autorità di Kiev, e in particolare il presidente Volodymyr Zelensky, siano «illegittime», adducendo come motivazione il mancato svolgimento di elezioni. «Firmare documenti con loro è inutile», ha affermato, creando un cortocircuito diplomatico che sembra voler bypassare del tutto la controparte ucraina. In parallelo, il Cremlino ha lanciato un duro attacco all'Unione Europea sulla questione degli asset russi confiscati, bollando l'operazione come «un furto» qualora si procedesse al loro sequestro definitivo.
La diplomazia parallela di Orbán e i segnali sportivi
Sullo sfondo di queste dichiarazioni, si intensifica l'attività diplomatica parallela, con il primo ministro ungherese Viktor Orbán che, secondo quanto riportato dal quotidiano Telex, avrebbe in programma un nuovo viaggio a Mosca. Questo incontro, che seguirebbe di pochi mesi una precedente «missione di pace», segnala la persistenza di canali di dialogo alternativi a quelli ufficiali, sebbene il loro reale impatto sulle trattative principali rimanga da valutare. Intanto, dal mondo dello sport arriva un segnale di distensione simbolica: la Federazione mondiale di Judo, disciplina della quale Putin fu presidente onorario, ha deciso di riammettere gli atleti russi, permettendo loro di gareggiare con la propria bandiera e il proprio inno, in quello che alcuni interpretano come un primo, timido riavvicinamento.
Lo scenario negoziale e la posizione di Mosca
Il quadro che emerge è dunque quello di una Russia che, pur dichiarandosi aperta a un negoziato, avanza pretese che di fatto preconfigurano una pace dettata, più che concordata. L'insistenza sul controllo dei territori contesi, unita alla strategia di delegittimazione del governo avversario, delinea un approccio che non sembra lasciare molto spazio al compromesso. Le prossime mosse, che passeranno anche attraverso gli esiti dei colloqui tra gli inviati americani e i rappresentanti del Cremlino, dovranno necessariamente fare i conti con questa realtà, nella quale le parole del presidente russo tracciano un confine netto tra ciò che è considerato negoziabile e ciò che, invece, viene presentato come un dato acquisito e immodificabile.




