Berlino apre ai fondi russi per Kiev mentre Putin alza la posta nel Donbass

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Una posizione, quella tedesca, che segna un distacco netto dalle precedenti cautele e che arriva in un momento di massima tensione, proprio mentre il presidente russo Vladimir Putin rilancia con toni minacciosi l'obiettivo di “liberare” i territori ucraini che Mosca considera parte della cosiddetta “Nuova Russia”. In un'intervista, Putin ha chiarito che la questione, a suo dire, non ammette alternative: «Tutto si riduce a questo: o libereremo questi territori con la forza, oppure le truppe ucraine lasceranno questi territori e smetteranno di combattervi». Un linguaggio, il suo, che non lascia spazio a fraintendimenti e che sembra voler soffiare sul fuoco di un conflitto il cui epilogo militare appare, ormai, sempre più improbabile. Nel frattempo, al vertice del Cremlino tra Putin, Steve Witkoff e Jared Kushner non è emersa alcuna svolta degna di nota, nonostante le attese di alcuni osservatori, confermando piuttosto una linea di continuità nei contatti, peraltro opachi, tra Mosca e alcune frange del mondo imprenditoriale e politico statunitense.

La risposta di Mosca e la guerra di logoramento

La porta aperta da Berlino, però, non è passata inosservata al Cremlino, che ha prontamente alzato la voce. La portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, ha avvertito che Mosca sta preparando misure di ritorsione nel caso in cui l'Unione Europea proceda al sequestro dei beni congelati, definendo “ostili” simili iniziative. Una reazione che si inserisce in un più ampio contesto di accuse reciproche, dove Kiev viene tacciata di attaccare navi nel Mar Nero per “disturbare gli sforzi di pace”, secondo una narrazione che il Cremlino propone con insistenza, mentre dall'altra parte si guarda con sospetto a qualsiasi tentativo di dialogo. La Russia, d'altronde, ha annunciato che prenderà in considerazione “adeguate contromisure” anche in risposta alla decisione delle Isole Faroe di aderire alle sanzioni, dimostrando come la guerra economica si estenda ormai a macchia d'olio, coinvolgendo attori perfino minori.

L'acrobazia finanziaria di Bruxelles e il no della Bce

Sullo sfondo di questo braccio di ferro, l'Unione Europea tenta di muoversi con una mossa finanziaria che molti definirebbero alchemica. La presidente della Commissione, Ursula von der Leyen, spinge infatti per un “prestito di riparazione” da 165 miliardi di euro, un'enormità di denaro che dovrebbe essere garantita proprio dal valore degli asset russi bloccati. Un golpetto, come lo definiscono alcuni, che mira a bypassare le resistenze di alcuni Stati membri, come l'Italia dove la proposta di usare il Meccanismo europeo di stabilità (Mes) ha già trovato il netto rifiuto della Lega, e di non gravare direttamente sui bilanci nazionali. L'ostacolo più grande, però, arriva dalla Banca centrale europea, che ha espresso forti perplessità tecniche e legali sull'operazione, temendo ripercussioni sulla stabilità finanziaria dell'euro e ritorsioni sugli asset europei ancora presenti in Russia.

Il nodo politico della maggioranza qualificata

Per superare gli scogli, Bruxelles sta valutando l'ipotesi di far approvare il piano a maggioranza qualificata, evitando così il possibile veto di paesi più riluttanti. Una strada che, se percorsa, rappresenterebbe un precedente significativo nella governance economica dell'Unione e che testimonia la pressione crescente per trovare fondi da destinare a Kiev, le cui casse statali versano in condizioni sempre più critiche. Il tentativo disperato di assicurare il prestito, nonostante il "niet" della Bce e le resistenze politiche interne, rivela la profondità della crisi e l'urgenza percepita dalle istituzioni comunitarie. Mentre la Farnesina prova a suggerire strade alternative, il quadro generale rimane quello di un'Europa divisa sulla strategia da adottare, ma costretta a fare i conti con una realtà bellica che esige risorse immense e soluzioni, queste sì, davvero creative.

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