Il Donbass, la linea rossa che divide Kiev e Mosca
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Redazione Esteri
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Il Donbass non è solo un territorio conteso: è il cuore industriale dell’Ucraina, un groviglio di miniere, fabbriche e città fortificate che da undici anni resiste all’avanzata russa. Dal 2014, quando scoppiò il conflitto dopo l’annessione della Crimea, questa regione è diventata il simbolo di una guerra che ha lasciato cicatrici profonde. Per Volodymyr Zelensky cederla significherebbe svendere l’integrità nazionale; per Vladimir Putin, che ne rivendica il controllo, rappresenta un obiettivo irrinunciabile. Tra queste due posizioni, inconciliabili, si apre l’abisso che rende vano ogni tentativo di mediazione.
Washington prova a smuovere le acque. Dopo il vertice convocato d’urgenza da Donald Trump, che ha riunito i leader di Ucraina, Germania, Francia, Italia e altri alleati, il segretario di Stato Marco Rubio ha ammesso che un eventuale accordo richiederebbe concessioni da entrambe le parti. "Nessuno otterrà il 100% di ciò che vuole", ha dichiarato a Fox News, sottolineando che un incontro tra Putin e Zelensky – se mai ci sarà – non garantirebbe la pace, ma segnerebbe comunque una svolta. Intanto, la Casa Bianca sembra pronta a offrire "garanzie di sicurezza" a Kiev, un nodo cruciale per qualsiasi trattativa.
Oltre al Donbass, altre regioni restano in bilico. I russi controllano porzioni significative di Zaporizhzhia, Sumy e Kharkiv, mentre la Crimea – annessa da Mosca dieci anni fa – rimane un tema spinoso: Kiev la rivendica, ma Washington evita di sollevare la questione. Eppure, è proprio la geografia a complicare le cose. Il Donbass, con le sue risorse e le sue infrastrutture, è un pezzo fondamentale dell’ex impero sovietico, e perderlo equivarrebbe per l’Ucraina a una sconfitta strategica.




