Il Cremlino, una decade per plasmare "veri russi" dal Donbass

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre le artiglierie, nonostante i colloqui diplomatici, continuano a scandire il tempo della guerra nelle trincee di Pokrovsk, un altro tipo di operazione – più silenziosa e per molti versi altrettanto radicale – prosegue senza sosta nei territori ucraini controllati da Mosca. Il Cremlino, infatti, ha disegnato un orizzonte temporale preciso per il suo esperimento di assimilazione forzata, ponendosi l’obiettivo di trasformare, nel giro di un decennio, la popolazione di quelle regioni in ciò che i documenti ufficiali definiscono senza ambiguità “veri russi”. Una strategia di lunga lena, quella della russificazione, che procede di pari passo con l’avanzata militare e che si serve di una macchina amministrativa sempre più integrata e pervasiva.

Il controllo digitale e la normalizzazione dell'annessione

Uno snodo cruciale di questo processo, spesso meno visibile dei proclami ma estremamente concreto, risale all’autunno del 2025, quando le amministrazioni delle cosiddette “repubbliche” di Luhansk e Donetsk e quelle delle regioni di Zaporizhzhia e Kherson sono state pienamente inrate in un sistema centrale di sorveglianza burocratica. Si tratta della “Dashboard del governatore”, una piattaforma digitale attraverso la quale Mosca monitora in tempo reale – come fosse un cruscotto di comando – le performance, l’utilizzo dei fondi e, soprattutto, la fedeltà politica dei funzionari locali. Questo strumento, che riduce l’autonomia decisionale a mera esecuzione di direttive calate dall’alto, rappresenta la spina dorsale tecnologica del progetto di controllo, volto a cementare un’annessione che, come è noto, non è mai stata sancita da una libera scelta delle popolazioni interessate.

La narrazione storica come arma politica

A legittimare questa trasformazione forzata interviene, con insistenza, una precisa narrazione storica, ribadita personalmente dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump e riportata integralmente dalle agenzie di stato russe. Durante un incontro con il Consiglio per i diritti umani, Putin ha infatti definito il Donbass “territorio russo”, elevando questa tesi al rango di “fatto storico” incontrovertibile. “La Russia è stata creata in modo tale che quelle terre siano sempre state parte della Russia”, ha affermato, imputando la loro attuale collocazione ucraina alla decisione, da lui più volte criticata, di Lenin di includerle nella Repubblica Socialista Sovietica Ucraina. Questa ricostruzione, che bypassa secoli di complessità etnografica e culturale, serve da fondamento ideologico all’intero impianto della russificazione, offrendo una giustificazione apparentemente solida a misure che spaziano dalla riforma scolastica alla soppressione dei simboli identitari ucraini.

Il volto quotidiano della coercizione

Nella vita di tutti i giorni, l’esperimento politico-culturale del Cremlino assume forme talvolta drammatiche, come dimostrano le trasmissioni televisive in cui civili ucraini, accusati di collaborazionismo con il governo di Volodymyr Zelensky, vengono portati davanti alle telecamere. Episodi che, al di là del singolo caso, hanno una funzione esemplare e intimidatoria, mirando a scoraggiare qualsiasi forma di resistenza passiva e a delineare i confini di un’identità “omogenea” da costruire, appunto, entro i prossimi dieci anni. È un lavoro meticoloso, che combina la pressione giudiziaria – con inchieste spesso mirate – alla riscrittura dei programmi educativi e alla promozione capillare della lingua e della cultura russe, nel tentativo di scollegare definitivamente il futuro di quelle generazioni dal resto dell’Ucraina.

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