Pirelli, il golden power taglia le ali alla Cina: soci di Pechino fuori dal gioco che conta se scendono sotto il 9,99%
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Redazione Economia
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La partita per il controllo della più grande azienda italiana degli pneumatici, Pirelli, si è chiusa con una mossa netta da parte di Palazzo Chigi. Il governo, presieduto da Giorgia Meloni, ha infatti messo nero su bianco l’esercizio dei poteri speciali – il cosiddetto golden power – imponendo un vero e proprio argine alla penetrazione del capitale cinese nel gruppo della Bicocca. La decisione, discussa giovedì in Consiglio dei ministri e ufficializzata venerdì, non lascia spazio a fraintendimenti: la presenza dell’azionista Sinochem, veicolata attraverso la holding Marco Polo International Italy, viene ridimensionata in modo drastico, legando la durata di queste restrizioni a una soglia ben precisa.
Secondo quanto comunicato dalla stessa società produttrice di pneumatici, le nuove prescrizioni – che limitano pesantemente la governance – resteranno in vigore finché la controparte cinese deterrà una quota superiore al 9,99% del capitale. Un meccanismo, questo, studiato su misura per trasformare la presenza di Pechino da attiva a meramente finanziaria. Finché Marco Polo (e quindi il colosso statale Sinochem, che controlla ben il 34% del gruppo) non scenderà sotto quella soglia, il governo si riserva il diritto di vigilare con il pugno di ferro sull’amministrazione dell'azienda.
Niente poltrone per i rappresentanti di Pechino
L’intervento dell’esecutivo, però, non si limita a fissare un tetto statistico. Il decreto incide direttamente sugli organigrammi, svuotando di fatto il potere del principale azionista. Se prima i cinesi potevano contare su una solida rappresentanza nel consiglio di amministrazione (ben 8 membri su 15), ora le cose cambiano radicalmente. Le nuove regole impongono che il socio cinese possa presentare una lista di candidati composta al massimo da tre persone; di queste, due devono essere per giunta indipendenti, cioè non legate da vincoli di dipendenza o interesse diretto con l’azionista di riferimento.
Non solo. A costoro – e questo è forse il dettaglio più significativo per la governance aziendale – è precluso l’accesso ai vertici. Nessun rappresentante di Sinochem potrà più ambire alla poltrona di presidente, né a quella di amministratore delegato, né tantomeno potrà presiedere i comitati interni dove si discute il futuro industriale. In parole povere, il socio di maggioranza relativa (con il 34%) si ritrova esautorato dalla gestione operativa, ridotto al ruolo di comparsa silenziosa.
La tutela delle gomme intelligenti e il mercato americano
A spingere il governo verso questa stretta non è stata solo la volontà di arginare un’ingerenza economica ritenuta eccessiva, ma anche una precisa necessità strategica legata alla geopolitica commerciale. Dietro la schermaglia sulle poltrone, infatti, si nasconde il futuro della tecnologia “Cyber Tyre”, le gomme intelligenti dotate di chip che raccolgono dati in tempo reale. Questa tecnologia è considerata strategica per l’azienda, ma rappresenta anche un tallone d’Achille.
Con le nuove normative in vigore negli Stati Uniti – che sotto l’amministrazione Trump (ora tornato alla Casa Bianca da oltre un anno) hanno inasprito le restrizioni sui veicoli connessi provenienti da Paesi considerati critici – la pesante azione cinese rischiava di diventare un boomerang per Pirelli. Perdere l’accesso al mercato nordamericano, primo mercato per gli pneumatici di alta gamma, sarebbe stato un colpo micidiale. Limitare l’influenza di Pechino diventa quindi un atto dovuto per preservare i flussi commerciali con Washington, una sorta di certificazione di affidabilità tecnologica.
Le regole ferree sui trasferimenti di quote
Il provvedimento, che aggiorna e irrigidisce i vincoli già introdotti nel 2023, non trascura nemmeno il futuro. L’esecutivo ha messo sotto osservazione anche eventuali mosse societarie future. Se Sinochem decidesse di alleggerire la propria posizione, non potrà farlo con leggerezza. Qualsiasi trasferimento di azioni dovrà essere preventivamente notificato al ministero delle Imprese e del Made in Italy. Inoltre, è stato posto un veto chiarissimo: la cessione non potrà avvenire in favore di soggetti collegati all’orbita statale cinese (come l’agenzia Sasac), impedendo di fatto qualsiasi tentativo di aggirare lo spirito della legge semplicemente cambiando intestatario delle quote.
In attesa della prossima assemblea dei soci (prevista per giugno), il messaggio che arriva da Roma è inequivocabile: l’autonomia strategica di Pirelli viene blindata, e l’unica strada per allentare questa morsa per il socio orientale è ridursi a un ruolo da comparsa, scendendo sotto la soglia del 10%. Una resa dei conti, quella tra Roma e Pechino, che si gioca interamente sul campo della sovranità industriale.




