Il Libano brucia e l’Iran cerca una nuova guida: la fuga da Beirut e i raid su Teheran

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il panico ha preso piede nelle strade di Beirut e nelle città del sud del Libano, dove migliaia di persone – intere famiglie in auto stracariche di effetti personali, altre a piedi lungo le arterie principali – hanno dato vita a una colonna senza fine diretta verso nord. La causa di questo esodo, che rievoca scenari di conflitti passati, risiede negli ordini di evacuazione diramati nella notte da un portavoce militare israeliano. Per cinquantacinque diverse località, inclusi quartieri della capitale come il popoloso sobborgo di Dahieh, è stato intima to ai civili di allontanarsi di almeno un chilometro: al loro interno, secondo le intelligence di Gerusalemme, sorgerebbero strutture riconducibili a Hezbollah. Nella città meridionale di Tiro, intanto, la fuga ha assunto i contorni di una corsa contro il tempo, con file interminabili di veicoli assembrati davanti ai distributori di carburante mentre i residenti cercavano di fare il pieno prima di mettersi in viaggio.

La rappresaglia di Hezbollah e le macerie nel sobborgo di Dahieh

Poche ore dopo l’esodo di massa, l’aviazione israeliana ha martellato proprio la periferia meridionale di Beirut, un’area roccaforte del partito sciita. Gli aerei da guerra hanno centrato obiettivi nel distretto di Dahieh, e le ambulanze sono state viste correre verso i palazzi lesionati per soccorrere i feriti, sebbene un bilancio ufficiale non fosse stato ancora diffuso nelle prime fasi post-attacco. L’operazione, stando a quanto ricostruito, arrivava in risposta al lancio di razzi e droni avvenuto poche ore prima dal territorio libanese verso lo Stato ebraico. Una mossa, quella di Hezbollah, esplicitamente motivata come vendetta per l’uccisione della Guida Suprema iraniana Ali Khamenei, avvenuta nel corso dei massicci raid congiunti israelo-statunitensi. Il gruppo ha rivendicato di aver preso di mira una postazione difensiva missilistica a sud di Haifa con "una salva di razzi avanzati e uno sciame di droni", innescando le sirene d'allarme in tutta la regione settentrionale di Israele.

L’operazione "Epic Fury" e il crollo del vertice iraniano

Lo scenario mediorientale, d’altronde, è precipitato in una fase di turbolenza forse irreversibile dopo l’avvio dell’operazione militare su larga scala battezzata "Epic Fury". Il Comando Centrale degli Stati Uniti ha diffuso le immagini dei bombardamenti in territorio persiano, corredate da un messaggio inequivocabile: l’eliminazione delle minacce poste dal regime di Teheran è in atto e proseguirà. E tra gli obiettivi centrati, il più pesante dal punto di vista simbolico e politico è stato proprio il quartier generale della Guardia Rivoluzionaria, ma soprattutto l’ufficio adiacente alla Guida Suprema. La conferma della morte di Ali Khamenei, arrivata nella giornata di domenica attraverso i media statali iraniani che ne hanno pianto il martirio in diretta, ha aperto un vuoto di potere incolmabile. Insieme a lui, secondo fonti concordanti, avrebbero perso la vita anche decine di altri alti funzionari – tra cui il mistero aleggiava attorno all’ex presidente Mahmoud Ahmadinejad – e persino alcuni familiari dello stesso ayatollah. Un colpo che, metaforicamente, ha abbattuto la statua della rivoluzione del '79, lasciando un regime decapitato ma ancora fornito di un, per quanto inerme.

Il risiko della successione e la minaccia di nuove violenze

A Teheran, nel caos seguito alla morte del leader, si è attivato il meccanismo costituzionale per la successione. Un consiglio provvisorio di tre membri – composto dal presidente Masoud Pezeshkian, dal capo della magistratura Gholamhossein Mohseni-Ejei e da un giurista del Consiglio Costituzionale, Alireza Arafi – ha iniziato a operare per garantire una parvenza di continuità istituzionale, mentre il delle Guardie della Rivoluzione Islamica prometteva ritorsioni "senza precedenti". La risposta non si è fatta attendere: lanci missilistici verso basi statunitensi in Qatar e negli Emirati, attacchi contro navi nella zona dello Stretto di Hormuz e dichiarazioni di guerra totale. Gli Stati Uniti, dal canto loro, si preparano a un’escalation che il presidente Donald Trump – tornato alla Casa Bianca – ha definito senza mezzi termini come funzionale a un cambio di regime, assicurando al popolo iraniano di essere dalla sua parte. I funzionari americani, citati dalla Cnn, ritengono probabile che Tehran tenti colpi di coda attraverso attacchi suicidi o ordigni improvvisati contro obiettivi statunitensi all’estero, mentre le operazioni di terra e cielo continuano a mietere vittime – tra cui tre soldati americani confermati caduti – allargando la crepa in un Medio Oriente ormai in fiamme.

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