Fosse Ardeatine, a ottantadue anni dalla strage parte il nuovo appello per dare un nome agli ultimi sette ignoti

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   Sono passati ottantadue anni da quel 24 marzo 1944, quando le truppe di occupazione tedesche – in quella che fu una delle pagine più drammatiche della seconda guerra mondiale – trucidarono 335 civili e militari come rappresaglia per l’attentato partigiano di via Rasella, avvenuto il giorno prima. Eppure, ancora oggi, nel sacrario che custodisce i loro corpi lungo la via Ardeatina, sette tombe recano la scritta “Ignoto”. Un numero, quello dei senza nome, che fino a pochi anni fa era addirittura di dodici, prima che un lungo e paziente lavoro di ricerca scientifica consentisse di restituire l’identità a cinque di quelle vittime. È in questo solco che si inserisce la nuova fase di studi avviata dall’Università di Firenze, con il gruppo di ricerca guidato dall’antropologa forense Elena Pilli, che di queste indagini si occupa ormai da sedici anni.

Un lavoro di precisione tra laboratorio e storia

Il progetto, che si basa su un approccio interdisciplinare capace di integrare l’antropologia forense alla ricerca storico-documentale, entra ora in una fase operativa diversa, più pubblica e partecipata. La decisione, come spiega la stessa Pilli, è quella di uscire dal chiuso del laboratorio – dove si procede all’estrazione e alla caratterizzazione molecolare del Dna degradato – per lanciare un appello diretto a chiunque possa fornire un tassello fondamentale per completare il mosaico. Perché se la scienza, in questi anni, ha potuto contare sulla collaborazione istituzionale di soggetti come il Ris dei Carabinieri di Roma, l’Ufficio per la Tutela della Cultura e della Memoria della Difesa, il Museo Storico della Liberazione e la Comunità Ebraica di Roma, il passo successivo richiede il coinvolgimento attivo di chi quelle storie le ha custodite nella memoria familiare.

L’appello alle famiglie e la ricerca dei discendenti

L’obiettivo dichiarato di questa nuova fase è duplice e, nella sua essenza, mira a colmare il vuoto lasciato dal tempo. Da un lato, i ricercatori chiedono ai familiari delle vittime – ma anche a chiunque, sulla base di ricordi tramandati o di informazioni documentali, ritenga che un proprio congiunto possa essere stato tra i martiri dell’eccidio – di mettersi in contatto per fornire notizie utili alla ricostruzione delle linee genealogiche. Dall’altro, si cerca la disponibilità alla donazione volontaria di un campione biologico: un piccolo gesto, un tampone salivare, che consente il confronto genetico con i resti ancora senza nome, rendendo così possibile quel percorso identificativo che la guerra, con il suo carico di orrore, aveva tentato di cancellare per sempre.

L’importanza di restituire un nome a chi non ne ha

Non si tratta, va detto, di un’impresa semplice. Di cinque delle sette salme ancora prive di identificazione, i nominativi sono già noti grazie all’analisi incrociata dei vari elenchi stilati all’epoca dai nazifascisti – si tratta di Calò Cesare, De Micco Cosimo, Lodolo Danilo, Monti Remo e Soike Bernard – ma l’associazione certa tra quel nome e quel, sepolto in uno dei sacelli del Mausoleo, è ciò che manca ancora per chiudere definitivamente il cerchio. Una sfida che diventa anche un atto di giustizia storica e di memoria pubblica, laddove la ricerca scientifica si fa veicolo per restituire dignità a ogni singola vita spezzata, senza lasciare che il silenzio o l’anonimato prevalgano sulla ragione della memoria. Per questo, il gruppo di ricerca dell’Ateneo fiorentino ha deciso di moltiplicare gli sforzi, cercando di rintracciare quei discendenti – magari residenti all’estero o magari all’oscuro del destino toccato ai loro avi – che possano fornire il tassello mancante.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.