Il governo Meloni secondo più longevo. Ma la stabilità scivola nell’immobilismo
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Redazione Interno
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Segniamolo sul calendario, anche se l’appuntamento con la storia suona per certi versi amaro: giovedì 3 settembre 2026, tra 124 giorni esatti, l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni dovrebbe diventare il più longevo della storia repubblicana. Un traguardo che la premier ha inseguito con una tenacia quasi ostinata, tenendo insieme i cocci di una maggioranza spesso in fibrillazione, eppure senza mai cedere alla tentazione di rimpasti anticipati. Per arrivare fin qui – e siamo a 1.287 giorni di governo effettivi – Meloni ha sostituito i suoi ministri solo quando questi sono diventati politicamente indifendibili, lasciando che il resto del centrodestra digerisse scelte altrimenti indigeste. Il risultato, per ora, è un record che porta la sua firma: il secondo governo più longevo in assoluto, dopo aver scavalcato proprio il Berlusconi quater. Quello stesso esecutivo in cui lei, agli albori della sua carriera, ricopriva il ruolo di ministro della Gioventù. All’epoca era una giovane promessa della destra italiana; oggi ne è la leader e la principale artefice di una resistenza che qualcuno già definisce “immobilismo di lusso”.
L’annuncio social e lo sguardo fisso all’orizzonte
La notizia del sorpasso – avvenuto nelle ultime ore ai danni del Berlusconi quater – Meloni l’ha affidata a un post su Instagram. Una foto di profilo, lo sguardo fisso all’orizzonte, e una didascalia secca: «Da oggi il governo che ho l’onore di guidare diventa il secondo più longevo della storia repubblicana». Nessun trionfalismo di maniera, ma piuttosto la consapevolezza che il vero nastro da tagliare è quello tra pochi mesi, quando (e se) riuscirà a strappare il primato assoluto al governo Berlusconi II. Un’operazione che richiederà altri 124 giorni di navigazione in acque sempre più agitate, visto che la stabilità, paradossalmente, ha iniziato a somigliare a una forma di stasi. Perché un conto è durare, un altro è agire. E molti osservatori, compreso chi siede nelle stanze del potere, cominciano a chiedersi se questa longevità non stia pagando il pedaggio dell’immobilismo.
Le parole di Travaglio: “Pnrr dilapidato, non ci sono più soldi”
A gettare benzina sul fuoco ci ha pensato Marco Travaglio, direttore de Il Fatto Quotidiano, ospite sabato scorso ad Accordi & Disaccordi su Nove. Nel corso del talk condotto da Luca Sommi, Travaglio ha liquidato senza troppi giri di parole l’operato dell’esecutivo: «Non sappiamo ancora se Meloni vorrà riallineare le elezioni a primavera – ha detto – e quindi rinunciare a sei mesi di legislatura, o se invece vorrà arrivare fino all’ultimo giorno che le spetta. Non ci sono soldi per fare cose eclatanti. Il Pnrr è finito: lo hanno dilapidato loro e Draghi». Un’accusa pesante, che mette in relazione diretta la gestione dei fondi europei da parte dell’attuale governo e di quello precedente guidato da Mario Draghi. Secondo Travaglio, insomma, la lunga stagione di governo non ha prodotto le riforme promesse, ma solo un consumo affrettato di risorse non più replicabili. E il dato politico, in questo caso, finisce per intrecciarsi con quello economico: senza margini di bilancio, la longevità rischia di diventare un semplice esercizio di sopravvivenza.
Il paradosso della durata: quando il tempo gioca contro
Ecco allora il paradosso che attraversa questi 1.287 giorni. Da un lato, Meloni ha centrato un obiettivo che nessun altro presidente del Consiglio donna aveva mai sfiorato, tenendo insieme tre anime del centrodestra (Fratelli d’Italia, Lega, Forza Italia) spesso in rotta tra loro. Dall’altro, quella stessa tenuta appare oggi il frutto di continue rinunce: riforme rinviate, provvedimenti annacquati per non rompere l’equilibrio, e un’agenda parlamentare che procede a singhiozzo. Lo stesso Francesco Giorgino, commentando il record, ha parlato di «prova sulla tenuta dell’economia» – una prova che, a giudicare dalle dichiarazioni di Travaglio, potrebbe nascondere più fragilità di quanto appaia. Perché se è vero che la stabilità è un valore per un paese abituato ai ribaltoni, è altrettanto vero che una stabilità senza slancio finisce per logorare chi la rappresenta. E Meloni, lo si legge tra le righe del suo post, lo sa bene: lo sguardo fisso all’orizzonte non è solo quello di chi celebra, ma anche di chi cerca un varco in un futuro che promette poco altro che altri 124 giorni di attesa.




