Il "fastidio" di Montezemolo per Antonelli in Mercedes: "Lo volevo in Ferrari, ma a 19 anni avremmo rischiato di distruggerlo"

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Redazione Sport Redazione Sport   -   L’entusiasmo per la prima storica affermazione in carriera di Andrea Kimi Antonelli, classe 2006, non è cosa che riguardi soltanto i tifosi della Mercedes o gli appassionati neutrali di Formula 1. La vittoria del giovane bolognese sul circuito di Shanghai, dove ha gestito la gara con una personalità che ha pochi eguali tra i debuttanti, ha acceso il sentimento anche di chi in via Abetone Inferiore, a Maranello, ci ha vissuto decenni da protagonista. Luca Cordero di Montezemolo, ex presidente della Ferrari e figura chiave nella storia moderna del Cavallino, non ha nascosto un misto di ammirazione e di quello che lui stesso definisce un "fastidio" nel vedere quel casco lontano dal rosso più ambito d’Italia. In un'intervista rilasciata al Corriere della Sera, l'occasione per parlare del pilota è nata dalla promozione del documentario “Sognando Rosso”, in arrivo su Sky, ma il pensiero è corso subito al presente e a un futuro che, per ragioni tecniche e di opportunità, non potrà vedere presto un italiano su una monoposto del team più seguito del Circus.

La prestazione di Antonelli, per Montezemolo, ha il sapore della maturità improvvisa, di quelle cose che non ti aspetti da un ragazzo che ha appena compiuto diciannove anni e che, fino a pochi mesi fa, era acerbo persino nelle partenze. Il fatto che non abbia perso la testa dopo le difficoltà iniziali, racconta l'ex dirigente, e che abbia condotto la gara con una freddezza quasi "non italiana" (un'osservazione, questa, che dice molto sullo stereotipo del temperamento impulsivo che spesso si associa ai nostri piloti), lo colloca in una categoria speciale di talenti. Tuttavia, è proprio quel "fastidio" provato nel vederlo indossare la tuta di Stoccarda a svelare il rimpianto più autentico: quello di un possibile erede di Schumacher e company che, per una volta, avrebbe potuto parlare la stessa lingua della fabbrica che lo ha accolto.

Montezemolo, interpellato sul punto, non si sottrae alla domanda se avrebbe preferito vederlo in Ferrari. La risposta è un secco "Esatto". Ma a questa dichiarazione di principio, da uomo di gestioni e di strategie, aggiunge subito una postilla fondamentale che ne attenua la carica nostalgica e introduce un ragionamento più complesso. L'ipotesi di un esordio diretto sotto i riflettori di Maranello, spiega, sarebbe stata probabilmente controproducente. La pressione mediatica e le aspettative, in un ambiente che non concede tregua, avrebbero rischiato di schiacciare un talento purissimo ma ancora acerbo. Lui stesso ricorda come persino piloti del calibro di Felipe Massa, all'epoca, vennero "parcheggiati" in squadre minori come la Sauber per fare esperienza e carburare lontano dai riflettori, un lusso che Antonelli non si è potuto permettere data la rapidità della sua ascesa ma che, in un certo senso, la Mercedes gli ha garantito facendolo debuttare su una monoposto non immediatamente vincente.

Il legame tecnico con il team anglo-tedesco, del resto, è un nodo che va oltre la semplice simpatia personale. Antonelli è un prodotto del vivaio Mercedes, cresciuto nel loro programma giovani e inserito in un ambiente che ne conosce i processi e le metodologie di lavoro. Montezemolo, con la sua esperienza, sa bene che i piloti oggi sono il frutto di ecosistemi complessi fatti di simulatori e ingegneri di fiducia, e che strapparli da quel contesto non è mai semplice. Ecco quindi che la sua analisi si sposta sul piano della cautela: il ragazzo, che ha avuto la fortuna di incontrare personalmente in Bahrein trovandolo "timido" e ben supportato da una famiglia solida, deve ora evitare il classico errore di montarsi la testa dopo un exploit su una vettura, oggettivamente, superiore alla concorrenza in quel frangente. Il monito, indiretto ma chiaro, è che la strada è lunga e che di fenomeni usciti dopo poche gare ne sono stati visti fin troppi.

La maturità del debutto e la gestione del talento secondo la lezione di Maranello

Osservando la prima vittoria del pilota bolognese, l'ex numero uno della Ferrari ha colto dei segnali che vanno al di là della mera velocità. La capacità di mantenere la concentrazione dopo una partenza complicata e di condurre la gara senza tentennamenti, anche quando nella fase conclusiva ha rischiato qualcosa di più, sono indicatori di una personalità che non si costruisce soltanto in pista ma che viene da un carattere già formato. Montezemolo lo paragona, nello spirito, a quei campioni che non si accontentano mai, citando quasi en passant l'ossessione per il miglioramento continuo che accomuna gente come Ayrton Senna o Jannik Sinner. Perché, al netto delle scuderie e dei colori, quello che conta è la sostanza dell'atleta e la sua capacità di rimanere con i piedi per terra. E in questo, Antonelli sembra aver già fatto centro, guadagnandosi l'attenzione e un pizzico di rammarico da parte di chi, a Maranello, quei sogni li ha costruiti per decenni.

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