Ben-Gvir: «Spero che i detenuti palestinesi siano impiccati uno a uno»
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Redazione Esteri
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Il ministro israeliano della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir ha scatenato un nuovo vortice di polemiche con dichiarazioni che non lasciano spazio a interpretazioni ambigue: durante un'intervista rilasciata al podcast "October 8", condotto dall'ex ostaggio di Hamas Rom Braslavski, l'esponente dell'estrema destra ha invocato l'uccisione quotidiana di decine di persone nella Striscia di Gaza e la pena di morte per impiccagione per tutti i prigionieri palestinesi.
Le sue parole hanno immediatamente fatto il giro del mondo, riportate dai principali media internazionali e amplificate dalla loro diffusione nei canali arabi, in un contesto già infiammato dalle tensioni in Medio Oriente.
Uccisioni mirate e disumanizzazione del nemico
"Non è un segreto che io sia in disaccordo con il primo ministro", ha affermato Ben-Gvir riferendosi a Benjamin Netanyahu e alla riduzione delle operazioni militari israeliane a Gaza, all'interno di uno scenario di negoziati internazionali per la pace. "Io penso che nella Striscia debbano essere effettuate uccisioni mirate, eliminando 30 o 40 persone ogni notte", ha dichiarato, specificando che non ci si dovrebbe limitare a colpire solo chi rappresenta una minaccia immediata.
Per il ministro, nella Striscia "ci sono persone che non meritano di vivere, non dovrebbero vivere, non sono neanche persone". Questa radicale disumanizzazione del nemico è considerata dagli osservatori il presupposto ideologico per legittimare azioni di violenza estrema e la pulizia etnica, proponendo la deportazione forzata dei palestinesi e la costruzione di insediamenti in tutta Gaza. In particolare, Ben-Gvir ha rivendicato la proprietà dell'intera enclave, affermando: "Vedo tutta Gaza come nostra.
Insediamenti non solo nel blocco di Gush Katif, evacuato nel 2005, ma in tutta Gaza, incoraggiando quanta più emigrazione possibile".
La legge sulla pena di morte e l'impiccagione
Le dichiarazioni del ministro si inseriscono in un quadro normativo già radicalizzato: il 30 marzo 2026, la Knesset ha approvato una legge che reintroduce la pena di morte per i palestinesi condannati per attacchi mortali contro israeliani. Il provvedimento, sostenuto dallo stesso Ben-Gvir e passato con 62 voti favorevoli e 48 contrari, prevede l'impiccagione come metodo di esecuzione entro 90 giorni dalla sentenza, limitando drasticamente le possibilità di appello e cancellando di fatto il diritto alla grazia.
Parlando con Braslavski, l'ex ostaggio che ha chiesto di poter impiccare personalmente i suoi carcerieri, Ben-Gvir ha promesso di fare "l'impossibile" e di "sconvolgere il mondo" per garantire che le condanne capitali vengano effettivamente eseguite. "Farò l'impossibile quando arriverà il momento", ha detto il ministro, che indossava un piccolo cappio di metallo sul risvolto della giacca durante la votazione alla Knesset, e si è detto "felice" che i prigionieri palestinesi stiano soffrendo in condizioni sempre più dure nelle carceri israeliane.
Reazioni e condanne internazionali
Le parole di Ben-Gvir hanno suscitato una dura reazione a livello internazionale, con il vice ministro degli Esteri iraniano Kazem Gharibabadi che ha definito le sue dichiarazioni "criminali", mentre l'Italia, attraverso il ministro degli Esteri Antonio Tajani, ha condannato il tentativo di imporre la pena di morte sui prigionieri.
Anche le Nazioni Unite e diverse organizzazioni per i diritti umani avevano già espresso forte preoccupazione al momento dell'approvazione della legge, denunciandone il carattere discriminatorio e il rischio di violazione del diritto internazionale. La norma è stata definita da gruppi come B'Tselem come "un nuovo capitolo del sistema di apartheid" contro i palestinesi, in quanto introduce un doppio binario legale che di fatto rende la pena capitale applicabile quasi esclusivamente ai cittadini palestinesi.
Le dichiarazioni del ministro, giunte in un momento di fragili negoziati per il futuro di Gaza, rischiano di minare ulteriormente qualsiasi possibilità di distensione, mentre l'opinione pubblica internazionale osserva con crescente allarme l'evolversi della deriva radicale all'interno del governo israeliano.
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