Il risarcimento al migrante con 23 condanne e la replica della premier: “Magistratura politicizzata”

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La decisione assunta dal tribunale di Palermo, quella che impone allo Stato italiano di corrispondere un risarcimento di 76mila euro alla ong Sea Watch per il fermo della nave comandata da Carola Rackete, ha fornito alla presidente del Consiglio l’occasione per tornare a criticare quella che lei stessa definisce una “magistratura politicizzata” -1-2. Nel mirino di Giorgia Meloni, però, non finisce soltanto la vicenda legata all’ormai celebre sbarco del 2019, ma anche un altro caso, di segno diverso ma, nelle sue parole, altrettanto “surreale”: si tratta della condanna che ha visto il ministero dell’Interno costretto a rifondere 700 euro a un cittadino algerino, un uomo di 56 anni con un pesante curriculum alle spalle – ben 23 condanne – che era stato trasferito nel centro di permanenza per i rimpatri di Gjader, in Albania -5-7.

L’origine del provvedimento risarcitorio, com’è stato spiegato nelle motivazioni, risiede in un errore procedurale compiuto dall’esecutivo; l’uomo, che in Italia non aveva ancora presentato domanda di protezione internazionale, è stato portato oltre l’Adriatico subito dopo una modifica del protocollo, e quel trasferimento – secondo il giudice – non ha tenuto conto di alcune tutele fondamentali legate alla sua situazione familiare, nello specifico la presenza di figli minori, che il magistrato ha voluto proteggere. La somma, di entità tutto sommato contenuta, ha innescato la reazione della presidente del Consiglio, la quale, collegando idealmente le due sentenze, ha parlato di un attacco portato avanti da una parte della magistratura nei confronti delle politiche governative in materia di immigrazione -2-5.

L’attacco in due tempi e il riferimento al referendum

Nel videomessaggio diffuso sui suoi canali social, Meloni ha ripreso il filo del discorso iniziato il giorno prima, quando aveva definito “vergognosa” la notizia del risarcimento all’algerino; una notizia che, a suo dire, appare quasi una sciocchezza al confronto con quella relativa alla Sea Watch, dove la cifra in gioco è ben più alta e il simbolismo, legato alla figura di Carola Rackete, è fortissimo -1-5. La domanda che la premier rivolge ai magistrati è se il loro compito sia quello di “far rispettare la legge” o piuttosto di “premiare chi si vanta di non rispettarla”, e in questa contrapposizione netta si inserisce la campagna per il referendum sulla giustizia, in programma il 22 e 23 marzo, per il quale lo stesso Matteo Salvini ha già annunciato il suo voto favorevole, parlando di una “in(Giustizia) che non funziona” -4-6.

La strategia comunicativa adottata dalla presidente del Consiglio appare chiara: quella di non lasciar passare nessuna pronuncia giudiziaria che possa essere interpretata come uno stop all’azione dell’esecutivo, specialmente in materie calde come la gestione dei flussi migratori e i rimpatri. Il caso dell’algerino, con le sue 23 condanne, le serve per dimostrare, agli occhi dell’opinione pubblica, l’esistenza di uno iato incolmabile tra il senso comune di sicurezza e alcune decisioni delle toghe, mentre la vicenda Rackete, risalente al 2019 ma tornata d’attualità, le consente di amplificare il messaggio in chiave europea, evocando lo spettro di un’immigrazione “illegale di massa” che troverebbe sponda in certi settori della magistratura -2-7.

La posizione del Colle e la replica delle opposizioni

L’attacco frontale della presidente del Consiglio, peraltro, arriva in una giornata particolare, nella quale il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, aveva presieduto una riunione ordinaria del Consiglio superiore della magistratura; un gesto, quello del capo dello Stato, interpretato da molti come un richiamo implicito al rispetto delle prerogative dell’organo di autogoverno dei giudici, dopo alcune tensioni sollevate nei giorni precedenti dal ministro della Giustizia, Carlo Nordio -3-10. E proprio la concomitanza temporale ha fatto parlare le opposizioni di una sorta di “schiaffo” al Colle, con la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, che si è detta “sconcertata” di fronte alla scelta di Meloni di postare un nuovo video di fuoco a ridosso dei telegiornali serali, nel giorno in cui Mattarella cercava di ricomporre un clima istituzionale più disteso -3.

Tuttavia, l’attenzione resta concentrata sui fatti: da un lato, c’è una sentenza che riconosce un errore materiale del governo nel procedimento di espulsione di un uomo verso l’Albania, un errore per cui lo Stato è stato chiamato a rispondere con un risarcimento di settecento euro; dall’altro, c’è una pronuncia risalente a sei anni dopo i fatti, che stabilisce l’illegittimità di un fermo amministrativo e condanna i ministeri competenti a pagare le spese sostenute da una ong -8-9. Due vicende distinte, che la presidente del Consiglio ha scelto di unificare in un’unica narrazione di conflitto, rilanciando la sua offensiva contro quella che ritiene una parte politicizzata della magistratura, decisa a mettersi “di traverso” rispetto alle scelte del governo -2-10.

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