Trump e i nodi della pace a Gaza, tra disarmo e ricostruzione
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Redazione Esteri
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Siglato l’accordo che, secondo la road map delineata dal presidente degli Stati Uniti Donald Trump, pone fine al conflitto armato nella Striscia di Gaza, aprendo una fase di transizione il cui esito resta tutt’altro che scontato. Mentre i negoziatori si apprestano a riprendere il lavoro, la cosiddetta Fase 2, che Trump ha dichiarato essere già iniziata, si annuncia notevolmente più complessa della prima, poiché dovrà affrontare questioni spinose che rimangono in gran parte irrisolte. Il documento firmato a Sharm el-Sheikh, come si legge nel testo, “perseguirà una complessiva visione di pace”, un obiettivo ambizioso che dovrà misurarsi con la realtà di un territorio devastato e profondamente diviso.
Il trionfo di Trump e gli ostacoli sul campo
“Potrebbe essere la cosa più importante in cui io sia mai stato coinvolto”, ha affermato il presidente statunitense, che non ha nascosto di considerare l’intesa come il più significativo successo diplomatico della sua carriera. Un evento, questo, dall’impatto mediatico e politico persino superiore a quello degli Accordi di Abramo del 2020, e che egli stesso ha descritto come un “nuovo inizio”. Tuttavia, al di là delle dichiarazioni trionfali, la situazione a Gaza rimane estremamente tesa e fragile. Subito dopo l’entrata in vigore del cessate il fuoco, Hamas ha diramato un ordine, tramite messaggi cellulari, che incitava a “ripulire Gaza dai fuorilegge e collaboratori dei sionisti”, chiedendo ai propri militanti di presentarsi per una mobilitazione generale. Questa mossa, che molti interpretano come un tentativo di riaffermare la propria autorità, ha innescato scontri armati con diversi clan locali, i quali, dopo anni di conflitto, mostrano una rinnovata resistenza a sottostare al controllo del gruppo islamista.
La guerra civile strisciante e il nodo del disarmo
La Striscia si trova dunque a dover affrontare non solo l’enorme sfida della ricostruzione materiale, ma anche una latente guerra civile per il potere interno. Hamas e gli altri gruppi armati rappresentano, di fatto, l’ostacolo principale per la piena attuazione della tregua e per la stabilizzazione dell’area. Il disarmo di queste fazioni, uno dei punti cruciali della Fase 2, si prospetta come un’operazione di straordinaria difficoltà, in un contesto dove le armi hanno da tempo definito gli equilibri di potere. La governance del territorio post-bellico, con la necessità di integrare o marginalizzare le diverse entità politiche e militari, costituisce un altro rompicapo di non facile soluzione, che rischia di minare alla base gli sforzi diplomatici.
La ricostruzione e le ombre del futuro
Sullo sfondo di queste tensioni immediate, rimane l’immane compito di ricostruire quanto è stato distrutto da anni di bombardamenti. La visione d’insieme a cui l’accordo aspira dovrà necessariamente tradursi in piani concreti per la riabilitazione delle infrastrutture essenziali e per la ripresa di una vita economica e sociale minimamente funzionale. Si tratta di un’impresa che richiederà ingenti risorse e un coordinamento internazionale senza precedenti, in un clima di sicurezza ancora precario. La capacità di garantire che gli aiuti arrivino effettivamente alla popolazione, bypassando le maglie dei gruppi armati, sarà un banco di prova decisivo per la credibilità dell’intero processo di pace, le cui fondamenta appaiono, al momento, ancora instabili.




