Lele Adani, l’attacco a Cagni torna indietro con gli interessi: “Sparirà, non ha niente da dire, con me non giocava”
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Redazione Sport
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La polemica, scoppiata dopo le ennesime dichiarazioni dell’ex difensore riguardo le presunte colpe del calcio italiano, ha subito una brusca inversione di tendenza. Quello che doveva essere un attacco frontale all’ “antico” modo di intendere il calcio – impersonato da Gigi Cagni – si è trasformato in una controffensiva mediatica piuttosto violenta, con l’allenatore bresciano che ha rispedito al mittente ogni critica, arricchendola di dettagli taglienti e di una certa dose di quella che si potrebbe definire, senza esagerare, una resa dei conti generazionale. Adani, nel tentativo di individuare le radici dei mali della nostra nazionale (l’ennesima esclusione dai Mondiali ha riacceso il dibattito sul vuoto tecnico e culturale), aveva evocato il nome di Cagni come simbolo di un passato che ancora inquina il presente, suscitando però la reazione immediata del diretto interessato.
“Un guru che pensa di aver inventato il calcio”
L’ex tecnico, interpellato dalla stampa, non ha usato mezzi termini per liquidare il suo ex giocatore, ridimensionandone il ruolo tanto sul campo quanto, oggi, dietro un microfono. Cagni ha chiarito subito che non esiste alcun rancore personale – “Proprio niente, e io non ho fatto niente a lui. Mai litigato” -1-2 – per poi però affondare il coltello nella piaga della competenza. Secondo la sua ricostruzione, ai tempi dell’Empoli, Adani non era certo un titolare inamovibile (“giocava poco, per me non era un titolare” -3), e questa scarsa considerazione tecnica sembra essere il vero pomo della discordia. Ma è sull’attuale ruolo di opinionista che Cagni ha concentrato le bordate più pesanti, definendo l’ex difensore “inascoltabile” e paragonandolo a quei “guru” che, convinti di aver scoperto l’acqua calda, finiscono per diventare prigionieri di un personaggio costruito ad arte.
L’attacco, in realtà, si inserisce in un discorso molto più ampio che va al di là della semplice ruggine personale. Cagni, parlando con i cronisti, ha esteso la sua critica all’intera categoria dei nuovi opinionisti, accusandoli di ignorare la storia del calcio per abbracciare mode effimere come il tiki-taka. “Molti di loro non conoscono la storia, non hanno mai visto giocare l’Ajax del 1967 o il Toro di Radice” -1, ha tuonato, sottolineando come l’ossessione per gli schemi e la spettacolarizzazione forzata abbia reso il nostro campionato più lento e i calciatori più fragili. Una fragilità, quella delle nuove generazioni, che secondo l’ex tecnico si manifesta anche nell’incapacità di gestire la pressione, un tempo dominio di giocatori dagli “occhi da belva” come Beppe Bergomi.
La previsione sul futuro professionale di Adani
Forse l’aspetto più interessante della replica, al di là delle frecciate sull’effettiva profondità delle analisi tattiche, riguarda la proiezione sul futuro lavorativo del suo antagonista. Cagni, con una sicurezza che non lascia spazio a interpretazioni, ha infatti pronosticato l’imminente allontanamento di Adani dalla televisione pubblica, dando per scontato che la dirigenza della Rai non abbia alcuna intenzione di rinnovare l’accordo. “Secondo me la Rai non gli rinnoverà il contratto, per me ha chiuso” -6-7, ha dichiarato, aggiungendo che l’ex giocatore è “molto debole” e che, al di là dell’apparenza da esperto onnisciente, la sua posizione sarebbe ormai insostenibile.
Questa previsione, che qualcuno potrebbe liquidare come un semplice desiderio, in realtà fotografa lo stato di una polemica che ha ormai travalicato i confini del semplice botta e risposta tra due ex addetti ai lavori. Adani, che aveva scelto Cagni come simbolo di un calcio arcaico e speculativo, si è visto ribaltare l’accusa: non più paladino della modernità, ma semplice “personaggio” privo della preparazione necessaria per sostenere il peso di una critica così radicale. La menzione, da parte di Cagni, di grandi firme del passato come Martellini e Pizzul -4 – i quali, pur criticando, non cadevano mai nella maleducazione – ha completato l’opera, dipingendo l’attuale panorama televisivo come un deserto di ignoranza e arroganza.
Quando il rancore diventa analisi sociale
Non si tratta, quindi, soltanto di una vendetta incrociata. Il fatto che Cagni abbia ribadito più volte come Adani non abbia “niente da dire” -8-9 – destinato quindi a “sparire” non appena i riflettori si spegneranno – trasforma la diatriba in un caso quasi sociologico. L’allenatore, forte di una carriera trascorsa in panchina, rivendica per sé il diritto di parlare (e di farlo con cognizione di causa), mentre relega l’ex calciatore nel limbo di chi il calcio lo racconta senza averlo realmente capito a fondo. Una guerra generazionale, insomma, che usa il mezzo televisivo come trincea.
Sullo sfondo, inevitabile, resta la delusione per l’ennesima esclusione dalla Coppa del Mondo, un trauma che fa da sfondo a ogni recriminazione. Ma a differenza di altre occasioni, qui non si discute di modulo o di scelta del commissario tecnico: si discute di chi abbia il diritto di impartire lezioni. Se, come sostiene Cagni, la causa dei mali risiede in “una generazione di calciatori senza personalità” -3 cresciuti a pane e social network, allora il bersaglio non è più solo Adani, ma un intero sistema che promuove l’apparenza a discapito della sostanza. L’attacco che era partito dalle parole di un telecronista si è dunque concluso, per ora, con una previsione di morte professionale piuttosto esplicita.




