Lele Adani, Grasso e Repice: il dibattito sul Var tra vocazione, televisione e sistema

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Redazione Sport Redazione Sport   -   Il dibattito sull'utilizzo del Var e, più in generale, sulla figura e la preparazione degli arbitri, continua a infiammare il mondo del calcio italiano, sollevando questioni di principio che vanno ben oltre la singola decisione contestata. In un'intervista, Lele Adani ha espresso un'opinione netta sull'ipotesi di coinvolgere ex calciatori nelle sale Var, sostenendo che "non credo che l'ex calciatore possa essere utile al Var". Il commentatore televisivo, noto per le sue analisi tecniche, motiva la sua posizione additando "l'assenza di vocazione" come il fattore principale. "Ogni lavoro è svolto nel migliore dei modi quando esiste una passione che accompagna l'agire", ha spiegato Adani, sottolineando come l'ex giocatore non abbia certo "sognato di fare l'arbitro", una professione che, al contrario, richiede un percorso "lungo e difficile" tra serie minori, tra "critiche e insulti", prima di approdare ai massimi livelli.

Il punto di vista televisivo e la sicurezza del talent

Parallelamente, il critico Aldo Grasso ha offerto una riflessione sull'evoluzione del ruolo arbitrale nell'era della televisione totale, che ha radicalmente mutato la percezione del pubblico. Grasso ha ricordato come "nel momento in cui il calcio diventa un rito inglobato dalla tv", l'arbitro si trovi in una "evidente situazione di inferiorità visiva" rispetto agli spettatori, i quali dispongono di un punto di vista "privilegiato" grazie alla moltitudine di angolazioni e replay. Proprio per colmare questa disparità, secondo la sua analisi, è nato il Var. In questo contesto mediatico, figure come il "talento arbitrale" Luca Marelli, che per Dazn commenta in diretta le decisioni più delicate, assumono un rilievo particolare, incarnando quell'approccio tecnico e apparentemente sicuro che il pubblico televisivo ormai si aspetta, come dimostrato anche nelle recenti polemiche.

Le critiche al sistema e il nodo cruciale

Se Adani e Grasso toccano aspetti culturali e mediatici, un altro intervento punta il dito direttamente contro la struttura del sistema. Il giornalista Francesco Repice, intervenuto su una radio partner del Napoli, ha infatti lanciato un'accusa precisa, definendo "una follia" l'attuale meccanismo di finanziamento. "Chi è che paga gli arbitri? Se a pagare sono quelli che vengono arbitrati", ha dichiarato Repice, il quadro diventa insostenibile, creando un potenziale conflitto d'interessi alla radice. La sua analisi, che ha precisato di muoversi da una posizione neutrale nonostante la fede romanista, non si è fermata qui, individuando nel regolamento stesso un ulteriore "problema" che alimenta le controversie.

Un quadro complesso tra passato e presente

Ne emerge un quadro complesso, dove le obiezioni si intrecciano su piani diversi ma complementari. Da una parte, c'è la difesa di una professione, quella arbitrale, vista come una "vocazione" da preservare da ingerenze esterne e da percorsi alternativi che non ne condividerebbero lo spirito e la formazione specifica. Dall'altra, si evidenzia l'influenza ineluttabile del mezzo televisivo, che ha creato un nuovo paradigma visivo e ha reso necessari strumenti come il Var e figure di collegamento come i commentatori arbitrali. Infine, sullo sfondo, resta la questione più spinosa e istituzionale, sollevata senza mezzi termini, che chiama in causa la trasparenza e l'indipendenza dell'intero apparato, un tema che periodicamente riaffiora in concomitanza con episodi di cronaca nera sportiva, dove inchieste della magistratura hanno portato alla luce tentativi di illecita influenza sulle designazioni, eventi che hanno segnato profondamente la storia recente del calcio.

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