Bergamo e non solo, i pronto soccorso travolti dall'ondata influenzale
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Redazione Salute
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Nelle ultime settimane, con un’impennata particolarmente netta tra Natale e l’inizio del nuovo anno, i reparti di emergenza degli ospedali hanno vissuto una pressione senza precedenti, un fenomeno che, sebbene ciclico, ha mostrato contorni di eccezionale intensità. A Bergamo, dove il sistema sanitario porta ancora i segni di prove storiche, il dottor Roberto Cosentini, direttore del Centro di Emergenza Alta Specializzazione dell’Ospedale Papa Giovanni XXIII, ha fornito numeri che delineano una situazione di forte criticità: gli accessi al pronto soccorso, in alcuni giorni, sono aumentati del venti percento, ma a crescere in misura analoga, tra il venti e il venticinque percento, sono stati anche i ricoveri, dato che spiega meglio di ogni altro l’impatto reale del picco virale sulla rete ospedaliera. L’aumento dei posti letto, una misura necessaria per far fronte all’emergenza, è stata la risposta immediata della struttura, la quale si è trovata a gestire un flusso di pazienti che, complici le basse temperature e la diffusione dei virus invernali, ha superato le attese.
Code di ambulanze e prime cure direttamente a bordo
La saturazione degli spazi fisici nei reparti di accettazione ha generato, in diverse realtà, scene fuori dall’ordinario, segno tangibile di un sistema sotto stress. Come accaduto, per fare un esempio, davanti al pronto soccorso dell’ospedale San Timoteo, dove in una mattina di gennaio sette ambulanze sono rimaste in fila, ferme sotto la pensilina d’ingresso in una coda ordinata ma preoccupante. I sanitari, dinanzi alla momentanea indisponibilità di barelle libere all’interno, hanno dovuto prestare le prime cure direttamente nei mezzi, assicurando l’assistenza necessaria in attesa che si liberassero posti. Episodi del genere, seppur gestiti con professionalità, fotografano la difficoltà oggettiva di una fase in cui la domanda di cure urgenti supera, in certi frangenti, la capacità di smaltimento ordinaria.
Il quadro nazionale: un fenomeno diffuso
La tendenza registrata a Bergamo non è un caso isolato, ma riflette un quadro nazionale caratterizzato da un iperafflusso generalizzato. In Toscana, per citare un’altra zona, il pronto soccorso dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria Pisana nei primi dieci giorni dell’anno ha dovuto fronteggiare circa duecentocinquanta accessi giornalieri, un numero elevatissimo dovuto alla concomitanza del pieno della stagione influenzale con il periodo dei ponti festivi. Anche lì, la risposta è stata quella di mettere in campo tutte le risorse disponibili, ottimizzando i percorsi e potenziando gli organici, per gestire con efficienza una mole di lavoro straordinaria. Questi numeri, che si ripetono con variazioni minime in molte regioni, indicano come l’ondata epidemica abbia colpito in maniera uniforme, mettendo a dura prova la tenuta dei presidi di prima accoglienza.
L’organizzazione della risposta sanitaria
Di fronte a questa ondata, la macchina sanitaria si è mossa su due binari principali: da un lato il potenziamento delle capacità di ricovero, come testimoniato dall’aumento dei posti letto a Bergamo, dall’altro l’ottimizzazione dei flussi all’interno dei dipartimenti di emergenza per evitare il collasso dei servizi. La strategia, per quanto applicata con tempestività, non ha sempre potuto evitare momenti di congestione estrema, quelli in cui le ambulanze restano in attesa. Tuttavia, l’esperienza maturata negli anni, unita a protocolli che prevedono simili scenari, ha permesso di contenere le conseguenze, garantendo che a tutti i pazienti, anche quelli in attesa nei mezzi, fosse assicurata la necessaria sorveglianza medica. Il lavoro degli operatori, in queste circostanze, diventa cruciale e si concentra sul filtrare i casi più gravi, destinandoli alle cure intensive, e sul gestire quelli a minore criticità con percorsi dedicati.




