Il Corno d’Africa e la fabbrica di milizie: il campo segreto tra Etiopia, droni e miliardi degli Emirati
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Redazione Esteri
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Nel silenzio delle colline boscose del Benishangul-Gumuz, una regione etiope che si incunea tra il Sudan e il Sud Sudan come un cuneo geografico e politico, l’inchiesta condotta da Reuters ha dissotterrato la prova materiale di ciò che per mesi era stato solo un sospetto circolante nei rapporti riservati dei servizi e nelle conversazioni dei diplomatici accreditati ad Addis Abeba. L’analisi delle immagini satellitari — quelle fornite da Airbus Defence and Space e dalla società statunitense Vantor, incrociate con i frame temporali indicati in un cavo diplomatico e in una nota interna dell’intelligence etiope — ha infatti localizzato, a trentadue chilometri esatti dal confine sudanese, una struttura militare di dimensioni ragguardevoli, capace, secondo le stime della società d’analisi Janes, di ospitare non meno di duemilacinquecento reclute, sebbene la stessa società abbia precisato, con il rigore metodologico che la contraddistingue, di non poter certificare la natura marcatamente militare del sito basandosi esclusivamente sulla lettura delle ortofoto.
Menge e la pista d’aviazione: l’architettura logistica di un’operazione interstatale
Il campo sorge nel distretto di Menge, e la sua realizzazione — questa la rivelazione che ha immediatamente sollevato l’attenzione del comitato per le relazioni estere del Senato americano — sarebbe stata interamente finanziata dagli Emirati Arabi Uniti, i quali avrebbero altresì fornito istruttori militari e mezzi logistici pesanti, compresi quei camion con il logo della società Gorica Group avvistati da testimoni mentre procedevano verso l’entroterra attraverso la cittadina di Asosa -1-6-9. La nota dei servizi di sicurezza etiopi, datata gennaio e visionata dall’agenzia, quantifica in quattromilatrecento gli effettivi delle Forze di supporto rapido già sottoposti a istruzione bellica all’inizio dell’anno, prefigurando un incremento della capacità ricettiva fino a diecimila unità; un numero, questo, che includerebbe non solo sudanesi in fuga dalla leva dell’esercito regolare, ma anche cittadini etiopi e sud sudanesi, forse anche elementi riconducibili allo Splm-N — sebbene la leadership di quel movimento abbia prontamente smentito ogni coinvolgimento -4-6-10.
Parallelamente allo sviluppo del campo, le immagini satellitari documentano un’altra, significativa infrastruttura: l’aeroporto di Asosa, distante appena cinquantatré chilometri dal sito, ha subito a partire dall’agosto del 2025 una profonda riqualificazione, con la realizzazione di nuovi hangar, piazzali di sosta e — particolare di rilievo — una stazione di controllo terrestre per velivoli a pilotaggio remoto, identificata come tale da Wim Zwijnenburg, esperto di tecnologie militari dell’organizzazione Pax, la cui conformità ricalca quella osservata in altre due basi per droni già attive sul territorio etiope -6-7-9.
La diga e lo scacchiere occidentale: rischi per infrastrutture critiche
Questa massiccia iniezione di capacità bellica nella regione di frontiera ha immediatamente acceso più di un campanello d’allarme tra funzionari regionali e diplomatici stranieri, i quali vedono nella prossimità del complesso — circa centouno chilometri — alla Grande diga del rinascimento etiope un fattore di vulnerabilità strategica di prim’ordine -1-6-9. La diga, infrastruttura idroelettrica cardine per le ambizioni di sviluppo del governo guidato da Abiy Ahmed, si trova infatti potenzialmente esposta a eventuali azioni di rappresaglia o a incidenti bellici qualora le tensioni con il Sudan dovessero degenerare, e la riconfigurazione delle basi aeree etiopi sul fianco occidentale viene interpretata da alcuni analisti proprio come una misura precauzionale dettata dall’aumentata presenza delle Rsf nell’area del Nilo Azzurro. Non è irrilevante, in questo contesto, ricordare come la nota interna dei servizi attribuisca al generale Getachew Gudina, capo del dipartimento informazioni della difesa, la responsabilità diretta dell’istituzione del campo; circostanza, questa, confermata all’agenzia da quattro fonti diplomatiche e di sicurezza, sebbene il generale non abbia risposto alle richieste di commento -6-9-10.
Il governo etiope — il cui portavoce, così come i vertici delle Forze di supporto rapido, hanno mantenuto un silenzio pressoché totale sulle richieste di chiarimento avanzate da Reuters — aveva peraltro firmato con Abu Dhabi, il sei gennaio, una dichiarazione congiunta che invocava un cessate il fuoco in Sudan, riaffermando al contempo la solidità di legami bilaterali finalizzati alla reciproca tutela della sicurezza -1-6-7. Una presa di posizione che stride apertamente con le evidenze investigative e che sembra collocarsi nel solco di un’alleanza ormai decennale: già dal 2018, infatti, gli Emirati avevano riversato miliardi di dollari nell’economia etiope per sostenere la giovane amministrazione Abiy, e nel 2025 le rispettive aeronautiche militari avevano siglato un memorandum per lo sviluppo congiunto delle capacità di difesa aerea -6-9.




