Il conto della guerra arriva al supermercato: acqua minerale fino a 6 centesimi più cara e il rischio di scaffali vuoti
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Redazione Economia
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La crisi in Medio Oriente, con la sua capacità di inceppare le rotte energetiche globali, sta per avere un impatto diretto e concreto sulla spesa quotidiana degli italiani, colpendo un bene di largo consumo come l’acqua minerale. Le tensioni nello Stretto di Hormuz, che hanno già fatto impennare il prezzo del petrolio greggio, rischiano di tradursi a breve in un rincaro fino a 5 o 6 centesimi di euro per una bottiglia da un litro e mezzo, generando una stangata complessiva che, secondo le prime stime, potrebbe aggirarsi attorno ai 606 milioni di euro annui a carico dei consumatori. A lanciare l’allarme, sulla base di documenti ufficiali che sarebbero finiti sul suo tavolo, è il Codacons, l’associazione che da giorni monitora le comunicazioni formali inviate dai produttori di plastica alle aziende del settore delle bevande, comunicazioni che rivelano una strategia di adeguamento dei prezzi destinata a scatenare una reazione a catena lungo l’intera filiera.
La plastica, quel derivato del petrolio che lega Hormuz al carrello della spesa
Non si tratta di un cortocircuito economico difficile da decifrare, anzi, il nesso causale è fin troppo lineare se si considera la natura stessa del packaging. Oltre il 99% della plastica prodotta a livello globale deriva da combustibili fossili, e la crisi in Iran mette direttamente a rischio l’approvvigionamento di quei polimeri – granuli di materiale che vengono poi fusi e soffiati per creare bottiglie, tappi ed etichette – essenziali per l’industria del beverage. Paolo Clot, sales director di Roboplast, un’azienda specializzata nel packaging con sede a Vignolo, ha recentemente spiegato come l’importazione di questi materiali sia già sotto stress, e la minaccia concreta è che lo Stretto di Hormuz stia affondando anche la plastica, creando un paradosso immediato: se i rifornimenti si interrompono, i prezzi volano e la merce scarseggia.
Le richieste che i produttori di materie plastiche stanno inoltrando ai loro clienti, i grandi imbottigliatori, sono perentorie: si chiede la revisione immediata dei contratti in essere, l’introduzione di sovrapprezzi legati alla contingenza bellica (la cosiddetta War Med Surcharge) e, in alcuni casi estremi, si prospetta addirittura la sospensione delle forniture per chi non dovesse accettare le nuove clausole straordinarie. Questa pressione, che secondo le stime del Codacons potrebbe determinare un incremento dei costi del 20% per l’acqua minerale e del 10% per le bevande analcoliche, è già finita al vaglio dell’Antitrust, a cui è stato inviato un esposto proprio per accertare la legittimità di queste pretese e scongiurare possibili fenomeni speculativi. Le aziende produttrici di acqua, infatti, non possono assorbire rincari così pesanti senza trasferirli sul prezzo finale, vista la natura ultracompetitiva del settore e i bassi margini di guadagno per singolo pezzo.
Packaging flessibile stretto tra la guerra e le direttive europee
Se l’emergenza immediata è legata ai rincari e alla possibile rottura delle scorte di polimeri vergini, lo scenario in cui si muovono i produttori di imballaggi flessibili è reso ancora più complesso da un secondo fronte, stavolta di natura normativa. Mentre con un occhio guardano allo Stretto di Hormuz preoccupati per i costi tattici delle operazioni quotidiane, dall’altro lato i manager del settore tengono d’occhio Bruxelles, dove nel cassetto della Commissione attendono ancora gli atti delegati del PPWR, il nuovo regolamento sugli imballaggi e i rifiuti da imballaggio. Questa doppia esposizione – geopolitica e legislativa – rischia di creare una tempesta perfetta: da un lato la guerra spinge verso l’alto il costo della materia prima vergine, dall’altro l’Europa spinge verso l’alto la percentuale di riciclato obbligatorio, una soluzione che per molti operatori è solo temporanea e comunque non esente da costi aggiuntivi.
La correlazione tra l’impennata dei costi energetici e l’inflazione dei beni di largo consumo è ormai un meccanismo noto, ma in questo caso specifico l’unicità della situazione risiede nella velocità con cui la crisi si trasmette. Le comunicazioni di aggiornamento dei listini inviate dai produttori di plastica non lasciano spazio a trattative: chi produce acqua minerale deve decidere se pagare di più o fermare la produzione. E qui emerge il rischio forse più grande per il consumatore, quello che va oltre il semplice rincaro. Se le trattative dovessero arenarsi e i fornitori di polimeri dovesse realmente sospendere le consegne, come ventilato in alcuni degli avvisi, i supermercati e i negozi potrebbero trovarsi a corto di scorte. Il paradosso, quindi, è che proprio nel momento di maggiore domanda, con l’arrivo della bella stagione e l’aumento del consumo di liquidi, lo scaffale dell’acqua potrebbe rimanere vuoto o semivuoto, un’eventualità che trasforma un’abitudine quotidiana in un problema di approvvigionamento nazionale.




