Il governo convoca Mister Prezzi per i rincari di diesel e benzina, l’ombra del conflitto in Iran spinge i listini verso i due euro

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L’esecutivo ha deciso di convocare il garante per la sorveglianza dei prezzi, figure tecniche note al grande pubblico come “Mister Prezzi”, per affrontare l’ennesima impennata dei costi alla pompa. Una mossa che arriva mentre le quotazioni del greggio continuano a correre, con il Brent che si mantiene stabilmente sopra la soglia psicologica degli 81 dollari al barile, un livello che non si vedeva da oltre un anno, e che in queste ore ha toccato punte superiori agli 84 dollari sui mercati internazionali. Parallelamente, il prezzo del gas subisce oscillazioni violente, un’altalena che ieri lo ha visto passare da circa 60 euro giù fino a quasi 49 euro in chiusura, sintomo di un nervosismo che dagli operatori energetici si sta rapidamente trasmettendo alle tasche dei consumatori finali.

Sul tavolo del governo c’è già un decreto legge Bollette, varato lo scorso 18 febbraio e attualmente all’esame della commissione alla Camera, che stanzia circa 3 miliardi per famiglie e imprese. Risorse che, alla luce del nuovo terremoto sui mercati innescato dall’escalation militare in Iran, rischiano di rivelarsi del tutto inadeguate. Il conflitto, che vede coinvolte le forze israeliane e statunitensi contro Teheran con ripercussioni su tutto lo Stretto di Hormuz, via d’acqua cruciale per il trasporto del petrolio, sta paralizzando di fatto il traffico marittimo in quell’area e facendo lievitare i costi delle materie prime. Gli automobilisti italiani, da nord a sud, hanno cominciato a sperimentare l’effetto immediato di queste tensioni: in molte città la verde ha superato abbondantemente 1,8 euro al litro, mentre il gasolio, trainato dalla paura di una stretta sulle forniture, sfiora ormai i due euro, toccando in alcuni distributori delle grandi aree urbane picchi vicini a 1,89 euro.

L’allarme degli autotrasportatori e i rincari a catena

L’impatto più violento, però, lo stanno subendo gli operatori del settore dell’autotrasporto. La Cna Fita, che rappresenta le imprese del comparto, ha lanciato un vero e proprio grido d’allarme parlando di una stangata da oltre 2.400 euro all’anno per ogni singolo tir, considerando una percorrenza media di 100mila chilometri. Un rincore che, se le tensioni nello Stretto di Hormuz dovessero perdurare, potrebbe aggravarsi ulteriormente fino a raggiungere costi aggiuntivi di 13mila euro l’anno per ogni mezzo pesante, qualora si verificasse un incremento del 25% del prezzo del gasolio. L’associazione degli artigiani chiede con urgenza un credito d’imposta straordinario, da finanziare attraverso l’extragettito Iva, per evitare che migliaia di piccole e medie imprese di trasporto, anche in province come quella di Reggio o nelle aree del Nord, possano trovarsi in ginocchio, con il rischio concreto di compromettere l’intera catena logistica e di approvvigionamento del Paese.

Gli effetti sui mercati locali e la corsa al pieno

La corsa al rialzo, alimentata anche da inevitabili componenti speculative, ha già provocato code ai distributori in alcune regioni. A Bolzano, come in altre zone di confine, i gestori raccontano di una clientela che, pur essendo quasi assuefatta a queste crisi ricorrenti, si è comunque precipitata a fare rifornimento nei giorni scorsi per timore di ulteriori aumenti. La situazione, tuttavia, presenta forti disparità territoriali: a Grosseto, ad esempio, i prezzi medi si mantengono ancora tra i più bassi d’Italia, ma l’andamento generale del mercato lascia presagire un allineamento verso l’alto nelle prossime settimane. La Federconsumatori stima che il nuovo conflitto potrebbe costare a ogni automobilista circa 186 euro in più all’anno, tra maggiori spese alla pompa e rincari indiretti sui beni di consumo trasportati su gomma.

Le tensioni sullo Stretto di Hormuz e le ripercussioni sull’economia reale

Il nodo centrale della crisi risiede nella crescente instabilità in Medio Oriente. Il dispiegamento militare nella regione e gli attacchi alle petroliere hanno di fatto reso lo Stretto di Hormuz una via sempre più impercorribile, bloccando una delle rotte energetiche più trafficate al mondo. Questo blocco non riguarda solo il petrolio, ma l’intera filiera produttiva. Gli effetti iniziano a vedersi già nei mercati all’ingrosso: a Roma, gli operatori dei mercati rionali prevedono aumenti fino al 30% per frutta e verdura provenienti da regioni come la Sicilia, proprio a causa del caro-trasporti. Il prezzo del carburante, che incide in maniera determinante sulla logistica, sta diventando un moltiplicatore di costi destinato a scaricarsi sull’intero paniere dei beni di largo consumo, in una spirale che lega sempre più strettamente la geopolitica alle bollette e agli scontrini della spesa quotidiana degli italiani.

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