Prada riporta Versace in Italia: un nuovo polo del lusso tra diversità e identità
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Economia
-
Milano – Se c’è un settore in cui le contraddizioni diventano punti di forza, quello è la moda. L’acquisizione di Versace da parte di Prada, per 1,25 miliardi di euro, non è solo un’operazione finanziaria ma un riposizionamento strategico che riporta sotto controllo italiano uno dei brand più iconici del mondo. «Riportare a casa un marchio così prestigioso è un’ottima cosa, per l’Italia e il Made in Italy», ha dichiarato Carlo Capasa, presidente della Camera della moda, sottolineando il valore simbolico dell’accordo.
La diversità tra i due brand, lungi dall’essere un ostacolo, potrebbe rivelarsi la chiave del successo. «Credo che aiuti, perché li rende le due facce di una stessa medaglia», ha aggiunto Capasa. Da una parte Prada, con il suo minimalismo concettuale e l’estetica colta; dall’altra Versace, esuberante, barocco, legato a un’idea di lusso che sfida la sottigliezza. Due linguaggi opposti, ma complementari, capaci di intercettare target differenti senza cannibalizzarsi.
L’operazione, che vede Patrizio Bertelli alla guida del nuovo polo, punta a creare una struttura in grado di competere con i colossi francesi. A fine 2024, il gruppo – che include anche la partecipazione della Medusa – avrebbe un fatturato combinato di 6,3 miliardi, con un utile operativo di 1,26 miliardi. Numeri che ridisegnano la geografia del lusso, anche se Wall Street ha reagito con scetticismo, temendo forse una difficile integrazione tra culture aziendali così distanti.
Le storie delle due case di moda, del resto, sono state finora parallele ma mai sovrapponibili. Miuccia Prada, che ha trasformato un’azienda familiare in un fenomeno globale, e Gianni Versace, ucciso nel 1997 sulla scalinata della sua casa di Miami, hanno incarnato visioni antitetiche. Il primo, con la sua mitologia dark e mediterranea; la seconda, con un approccio più cerebrale e sperimentale. Ora tocca a Bertelli dimostrare che quell’eredità, invece di annullarsi, può moltiplicarsi.




