Il cuore di Domenico asportato quattro minuti prima dell’arrivo dell’organo da Bolzano e il tentativo di scongelarlo con acqua fredda, poi tiepida, infine calda
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Redazione Interno
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L’espianto del cuore malato del piccolo Domenico Caliendo, il bambino di due anni e mezzo deceduto dopo un trapianto fallito all’ospedale Monaldi di Napoli, venne eseguito alle 14.18, mentre il via libera all’arrivo dell’organo prelevato a Bolzano giunse solo quattro minuti più tardi, alle 14.22 -2. Questo scarto temporale, emerso dalle testimonianze rese dai sanitari ascoltati dalla Procura di Napoli, assume contorni sempre più rilevanti nell’inchiesta che cerca di ricostruire l’esatta dinamica di quel drammatico 23 dicembre 2025. Il cuore del piccolo, infatti, era già sul tavolo operatorio e la procedura di asportazione era stata completata quando i medici si accorsero che qualcosa non andava nel contenitore utilizzato per trasferire l’organo donato dall’Alto Adige al capoluogo partenopeo. Dalle dichiarazioni degli infermieri, riportate negli atti acquisiti dalla magistratura, emerge un tentativo disperato di recuperare l’organo ormai compromesso: “Provammo a scongelare il cuore con acqua fredda, poi tiepida, infine calda”, un racconto che restituisce la concitazione di quei minuti e la volontà di ovviare a un danno che si palesava come irreversibile -2.
La catena di criticità operative durante la fase di prelievo a Bolzano
Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Giuseppe Tittaferrante e dal procuratore aggiunto Antonio Ricci, si concentrano ora anche su quanto avvenuto nell’ospedale San Maurizio di Bolzano, dove l’équipe napoletana si era recata per il prelievo. Una relazione inviata il 18 febbraio dal Dipartimento di Prevenzione Sanitaria e Salute della Provincia Autonoma di Bolzano al Ministero della Salute ha evidenziato “significative criticità operative a carico del team di prelievo di Napoli”, riguardanti la procedura chirurgica seguita, una dotazione tecnica giudicata incompleta e incertezze nella gestione dell’anticoagulazione. In particolare, sarebbe emerso un drenaggio insufficiente nella fase di perfusione che avrebbe causato congestione di fegato e cuore, tanto da richiedere un intervento correttivo da parte del team di Innsbruck presente in sala. La durata dell’espianto, cinquantanove minuti tra le 11.25 e le 12.24, sarebbe stata caratterizzata da queste difficoltà tecniche che potrebbero aver influito sullo stato dell’organo già prima del trasporto.
La questione del ghiaccio utilizzato per la conservazione rimane centrale nel fascicolo aperto dalla Procura, che vede attualmente sette indagati tra medici e paramedici per l’ipotesi di reato di omicidio colposo in concorso, con la richiesta della difesa della famiglia di aggravarlo in dolo eventuale -5. I carabinieri del Nas di Trento hanno formalmente richiesto alla direzione medica dell’Azienda sanitaria dell’Alto Adige di identificare gli addetti all’officina ospedaliera preposti alla fornitura del ghiaccio e gli operatori sanitari in servizio presso il blocco operatorio quel giorno, per chiarire chi abbia materialmente fornito il ghiaccio secco che, raggiungendo temperature di ottanta gradi sotto zero, avrebbe irrimediabilmente danneggiato il cuore destinato a Domenico -5. Dall’audit interno del Monaldi emerge che i medici napoletani, dopo aver riposto l’organo nel box per il trasporto, avrebbero chiesto al personale di sala di integrare il ghiaccio mancante nel secchiello, e il riempimento sarebbe avvenuto con ghiaccio secco invece di quello tradizionale, un errore che si rivelò fatale -4.
La scelta del contenitore e la formazione del personale sotto la lente degli inquirenti
Un altro fronte d’indagine riguarda la decisione di non utilizzare uno dei box termici di ultima generazione presenti all’ospedale Monaldi, contenitori monouso dal costo di circa settemila euro che sarebbero stati indicati dalle linee guida per il trasporto degli organi. Secondo quanto ricostruito, in ospedale ce n’erano tre rimasti inutilizzati, ai quali venne preferito un contenitore anacronistico e ormai fuori dalle indicazioni, che sarebbe stato comunque efficace se fosse stato adoperato il giusto refrigerante. Il motivo di questa scelta, secondo le prime ricostruzioni, risiederebbe nel fatto che il personale non si sentiva di assumersi la responsabilità di utilizzare i nuovi dispositivi perché nessuno era stato formato per il loro corretto impiego, un aspetto su cui gli inquirenti stanno acquisendo tutta la documentazione relativa alla formazione del personale. La sera stessa del trapianto, i due medici napoletani mandati a Bolzano redassero una relazione interna rimasta segreta fino all’acquisizione da parte della Procura, nella quale si riferiva di non aver avuto un contenitore adeguato e di aver ricevuto in modo irrituale dall’ospedale bolzanino sia la scatola di plastica comune, poi sequestrata dai Nas, sia il ghiaccio secco non adeguato.
La madre di Domenico, Patrizia Mercolino, ha depositato in Procura un file audio contenente una conversazione avvenuta con il cardiochirurgo che impiantò il cuore, nel giorno in cui le veniva comunicata la prognosi infausta -1. In quella registrazione, secondo quanto riferito dal legale della famiglia, l’avvocato Francesco Petruzzi, il medico avrebbe ammesso di aver dichiarato il bambino trapiantabile per disperazione, un elemento che la difesa ritiene determinante per dimostrare un’ingerenza del professionista nelle scelte del team e una mancanza della serenità necessaria per continuare a essere il medico curante di Domenico -1. La documentazione clinica consegnata dall’ospedale alla famiglia presenterebbe inoltre delle lacune, in particolare l’assenza del diario di perfusione, il tracciato della circolazione extrarea che dimostrerebbe il momento esatto in cui al bambino venne tolto il suo cuore, e una scansione cronologica degli eventi priva del minutaggio preciso che potrebbe rivelarsi cruciale per comprendere il succedersi delle fasi -6.




