Israele arma un clan jihadista a Gaza per contrastare Hamas, tra saccheggi e aiuti umanitari bloccati

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Mentre la guerra a Gaza prosegue senza tregua, una rivelazione ha sollevato interrogativi sulle strategie adottate da Israele per indebolire Hamas. Il governo Netanyahu ha ammesso, senza remore, di sostenere militarmente un clan palestinese accusato di legami con l’Isis e di saccheggiare aiuti umanitari diretti alla popolazione civile. "Che c’è di male?", ha dichiarato il premier, confermando una linea che mescola bombardamenti, assedio e now anche l’appoggio a milizie jihadiste.

Il gruppo in questione, guidato da Yasser Abu Shabab, noto per le sue connessioni con l’organizzazione terroristica, avrebbe stabilito una base operativa a Rafah, in un’area sotto controllo israeliano. Fonti locali riferiscono che la banda, protetta dalle forze di Tel Aviv, sarebbe coinvolta nel dirottamento di camion carichi di viveri e medicinali, aggravando una crisi umanitaria già al collasso. Se da un lato Israele giustifica l’alleanza come necessaria per "salvare la vita dei nostri soldati", dall’altro il sostegno a una fazione legata all’Isis rischia di aprire un nuovo fronte di instabilità.

Intanto, dagli Stati Uniti arrivano segnali contrastanti. Il Dipartimento di Stato starebbe valutando un finanziamento da 500 milioni di dollari alla Gaza Humanitarian Foundation, secondo quanto riportato da Haaretz. I fondi, gestiti dall’USAID – prossima a essere assorbita dalla diplomazia americana – potrebbero finire in un contesto sempre più frammentato, dove gruppi armati si contendono il controllo degli aiuti. Due ex funzionari statunitensi, rimasti anonimi per la delicatezza della questione, hanno confermato le trattative in corso, senza però chiarire se i soldi saranno destinati a organizzazioni indipendenti o a entità legate a fazioni in lotta tra loro.

L’esercito israeliano, dal canto suo, non nega il coinvolgimento. Il generale di brigata Effie Defrin, durante un briefing, ha spiegato che la collaborazione con gruppi ostili a Hamas rientra in una strategia più ampia, finalizzata a logorare il movimento islamista. Resta però da capire come bilanciare questa mossa con il rischio di alimentare ulteriore caos, in un territorio dove il jihadismo – anche nella sua forma più radicale – potrebbe trovare nuovo ossigeno

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