Israele, il ritorno a casa di Hadar Goldin e degli ostaggi

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   I genitori di Hadar Goldin, Leah e Simcha, hanno espresso gratitudine verso «l’esercito e nessun altro» per aver riportato a casa, dopo undici anni di attesa, il corpo del figlio, ucciso e rapito dai terroristi di Hamas durante la guerra del 2014. «Abbiamo combattuto da soli, per undici anni, per riportarlo indietro», hanno dichiarato, sottolineando come «solo l’esercito e i servizi di sicurezza hanno mantenuto la promessa di non lasciare nessuno indietro», dopo l’annuncio della restituzione della salma, un evento che chiude una ferita rimasta aperta per un decennio.

Il recupero delle salme

Dopo più di due anni di guerra e di estenuanti negoziati, Israele ha recuperato, in un’operazione complessa, le salme di tre ostaggi divenuti simbolo del lungo conflitto con Hamas e la Jihad Islamica. Oltre a quella di Hadar Goldin, sono state riportate in patria le spoglie di Lior Rudaeff, ucciso il 7 ottobre 2023 durante l’attacco a Nir Yitzhak, e di Joshua Loitu Mollel, cittadino tanzaniano rapito lo stesso giorno mentre lavorava nel kibbutz Nahal Oz. Il loro ritorno, seppur segnato da un dolore immutato, rappresenta un momento di profonda significato per le famiglie e per la nazione, la quale, nonostante questo passo, rimane impegnata nel recupero dei resti di altri quattro ostaggi.

Un addio atteso per anni

In centinaia, giovani e anziani, si sono radunati lungo la strada all'ingresso di Kfar Saba, un fiume di persone con bandiere e la foto di Hadar, per stringersi intorno alla famiglia del militare. “Non siamo riusciti a farti tornare allora”, ha affermato il capo di Stato Maggiore Zamir, rievocando la battaglia in cui il giovane ufficiale, allora ventitreenne, perse la vita. Uno striscione con la scritta “Ricorderemo per sempre”, appeso sopra la via che conduce al cimitero militare, ha accolto il corteo funebre, un’immagine potente di un lutto collettivo che, dopo tanti anni, trova finalmente uno spazio per la sepoltura.

La strada che resta da fare

Questo ritorno, se da un lato placa una sofferenza antica, dall’altro non cancella l’assenza di coloro i cui corpi rimangono ancora a Gaza. L’operato delle forze di sicurezza, che ha permesso di onorare un impegno fondamentale, prosegue senza sosta, mentre il paese intero, unito in un sentimento di rispetto, osserva un dovere che va al di là della politica. Le parole di un semplice striscione, che esortano a non odiarsi l'un l'altro, risuonano come un monito in un contesto dove la ricerca della pace, per molti, comincia proprio dal dare degna sepoltura ai propri cari.

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