La beffa della tassa italiana sui pacchi: i voli dirottati all'estero e il rischio doppio balzello da luglio

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Redazione Economia Redazione Economia   -   L'allarme lanciato da Confetra, la Confederazione italiana dei trasporti e della logistica, ha trovato riscontro nei dati e nelle dinamiche che stanno rimodellando i flussi delle merci in entrata nel nostro Paese. Il contributo di 2 euro, introdotto dalla legge di Bilancio 2026 per le spedizioni extraeuropee di valore inferiore ai 150 euro, una misura che nelle intenzioni del legislatore doveva tutelare il made in Italy e in particolare il settore tessile dall’assalto della fast fashion cinese, sta producendo l’effetto esattamente opposto a quello desiderato, finendo per penalizzare il sistema aeroportuale e logistico nazionale -6-9. L’intoppo, e non è un dettaglio da poco, risiede nella mancanza di coordinamento: Bruxelles ha infatti dato il via libera definitivo a una normativa analoga ma armonizzata, e l’Italia si trova ora con un provvedimento nazionale che rischia di diventare non solo inefficace, ma anche giuridicamente dissonante rispetto al quadro unionale -1-10.

Secondo quanto ricostruito da fonti di categoria e riportato dalla stampa specializzata, i grandi venditori e i marketplace internazionali, di fronte al balzello italiano, hanno semplicemente cambiato rotta. Le merci, invece di atterrare a Malpensa o in altri scali nazionali – e l’aeroporto varesino, come denunciato dal direttore generale di Confetra Andrea Cappa, avrebbe già perso una trentina di voli dall’inizio dell'anno – vengono ora dirottate verso hub del Nord Europa situati in Paesi che non hanno applicato tasse unilaterali -6-9. Da lì, una volta entrate nel mercato unico, le merci viaggiano su gomma attraverso i valichi alpini, eludendo di fatto il contributo e riversando sulle strade italiane un traffico aggiuntivo che comporta costi ambientali e di congestione tutt’altro che trascurabili -6. Una beffa nella beffa, insomma, che trasforma una misura pensata per riequilibrare la concorrenza in un boomerang che sposta traffico e valore altrove.

Il quadro, già di per sé complesso, è destinato a complicarsi ulteriormente a partire dal prossimo 1° luglio. Il Consiglio dell’Unione europea, con una decisione dell'11 febbraio, ha abolito la storica franchigia per i pacchi sotto i 150 euro e introdotto un dazio forfettario transitorio di 3 euro, che si applicherà però a ogni categoria merceologica contenuta nella spedizione -2-10. Questo significa, per fare un esempio concreto e chiarificatore, che un pacco contenente una camicia e un paio di scarpe, in quanto beni appartenenti a due diverse voci tariffarie, sarà gravato da un prelievo di 6 euro -10. L’obiettivo dichiarato a Bruxelles è duplice: da un lato, gestire il flusso imponente di micro-spedizioni, che nel 2024 ha raggiunto la cifra monstre di 4,6 miliardi di pacchi in ingresso nell’Ue, di cui il 91 per cento proveniente dalla Cina; dall’altro, uniformare le regole per evitare quelle distorsioni concorrenziali che l’iniziativa italiana, da sola, non ha fatto che acuire -2-4.

La sovrapposizione normativa e i dubbi di legittimità

Ci si trova dunque di fronte a una potenziale sovrapposizione normativa. Da gennaio, l’Italia applica un contributo nazionale di 2 euro; da luglio, l’Unione applicherà un dazio di 3 euro per categoria merceologica. La domanda che gli operatori del settore e gli esperti di diritto doganale si pongono è se i due prelievi potranno cumularsi, creando un onere aggiuntivo difficilmente giustificabile, o se il governo italiano sarà costretto a fare un passo indietro, rimuovendo o sospendendo la sua tassa per allinearsi al nuovo regime comune -1. L’analisi giuridica, come emerge da approfondimenti pubblicati su riviste specializzate come Diritto.it, suggerisce che la misura nazionale presenti profili di tensione con l’ordinamento europeo: gli Stati membri, infatti, non possono introdurre dazi doganali o misure di effetto equivalente, una competenza esclusiva dell’Unione. Il contributo italiano, al di là del nome, colpisce le merci in ragione dell’attraversamento della frontiera e potrebbe quindi essere considerato una violazione di questo principio fondamentale -1.

Il paradosso, se si vuole, è che l’iniziativa del governo, nata con l’intenzione di anticipare i tempi e di colpire fenomeni come il “fast fashion” – un modello di business che produce grandi volumi di abbigliamento a bassissimo costo e con un impatto ambientale e sociale notevole – rischia ora di rivelarsi un autogol -4. Non solo non ha fermato l’ingresso di questi prodotti, limitandosi a spostarne il punto di ingresso, ma ha anche esposto il fisco italiano a possibili contenziosi da parte dei grandi operatori logistici e delle piattaforme di e-commerce. Questi soggetti, come chiarito da analisi legali, avrebbero Titolo per impugnare il provvedimento dinanzi al giudice tributario, sollevando una questione di legittimità costituzionale per contrasto con i vincoli derivanti dall’appartenenza all’Ue -1.

Mentre l’Europa si prepara a introdurre il suo dazio uniforme, che resterà in vigore fino al 2028 come misura ponte in attesa del nuovo data hub doganale digitale, l’Italia si trova a dover fare i conti con gli effetti indesiderati della sua corsa solitaria -4-8. Il governo valuta ora lo stop al contributo nazionale, o quantomeno un suo rinvio, per evitare che i consumatori e le imprese italiane si trovino a pagare un doppio balzello e per restituire competitività a un sistema logistico che, dai dati forniti da Confetra e Assaeroporti, appare già seriamente provato da questa distorsione di flussi -9.

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