Il matrimonio in Val d’Orcia finito in tribunale: la wedding planner si sfoga dopo la condanna

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Redazione Interno Redazione Interno   -   «Non avrei mai dovuto accettare quell’incarico, semmai». La titolare della società, quella che nel lontano giugno del 2018 si era assunta l’onere (e l’onere economico, visto il lasso di tempo intercorso) di organizzare il matrimonio di una coppia australiana di origini italiane nella suggestiva cornice della Val d’Orcia, si sfoga ora a caldo con il "Corriere Fiorentino".

Lo fa dopo aver incassato la doccia fredda della sentenza emessa dal tribunale di Grosseto, quella che condanna la sua azienda a un risarcimento di circa 19mila euro, una cifra che, sommandola alle spese legali accessorie, rischia di trasformare la presunta giornata da sogno in un vero e proprio bagno di sangue finanziario. «Questa sentenza mi ha ferito profondamente – dichiara l’ex organizzatrice – perché il matrimonio, nonostante tutto, era andato bene; ma certe cose che sono state scritte sono semplicemente false e alterate».

Un tentativo di ribaltare la prospettiva, insomma, quello della wedding planner, la quale sostiene di essere stata lei la vera vittima di un’incubo contrattuale, piuttosto che gli sposi stessi.

La lista dei disastri: dall’auto in panne ai fiori appassiti

La ricostruzione dei fatti, quella emersa in aula e suffragata dalle testimonianze, tratteggia però un quadro radicalmente opposto rispetto alla versione fornita dalla convenuta. Era il 2022 quando la coppia, atterrata dall’Australia per coronare il sogno di sposarsi tra le colline di Pienza, aveva versato oltre 25mila euro alla società grossetana. Volevano il "perfetto", un evento curato nei minimi dettagli. Invece, ne è uscito un film dell’orrore a colpi di disservizi a catena.

L’auto degli sposi, per esempio, non ne voleva sapere di partire: è stata avviata a spinta per più di una volta, sotto gli occhi sbigottiti degli invitati. Ma non è finita qui: durante la cerimonia, qualcuno si è accorto che nel libretto liturgico campeggiavano dei nomi sbagliati, un lapsus clamoroso che ha gelato l’atmosfera.

E mentre gli allestimenti floreali – dalla coroncina della sposa al bouquet – apparivano sciatti e realizzati con fiori tutt’altro che freschi, dall’altra parte della struttura il caos regnava sovrano. L’ora dell’aperitivo, quella che dovrebbe essere la più spensierata, si è rivelata un deserto logistico: nessun addetto al catering, nessun bicchiere nell’area beverage, tanto che lo sposo, come raccontato durante il processo, ha dovuto bere l’acqua direttamente dalla bottiglia.

La torta fantasma, i biscotti scomparsi e la caduta in piscina

A rendere il tutto tragicomico, se non fosse per la gravità della situazione, ci hanno pensato i particolari. La torta nuziale, assicurano le fonti giudiziarie, era così minuscola da non riuscire a sfamare nemmeno la metà dei presenti; molti invitati non hanno potuto neppure assaggiarla. La coppia, nel tentativo di portare un pezzo di cultura a casa, aveva anche consegnato all’organizzazione alcuni tipici biscotti australiani, con la precisa raccomandazione di distribuirli durante il ricevimento. Peccato che di quei dolcetti non sia mai arrivata traccia ai tavoli.

A causa di una sequela di ritardi, inoltre, il fotografo ha perso completamente l’attimo del ballo e delle danze: un momento irripetibile rimasto senza testimonianze visive.

Il culmine del disastro, tuttavia, ha assunto contorni ben più seri quando una delle invitate, una donna in stato di gravidanza avanzata (sei mesi, per l’esattezza), è caduta rovinosamente in piscina. La causa sarebbe stata un’intercapedine nascosta o non adeguatamente segnalata nei pressi dell’area natatoria. Ne è scaturito il panico: l’amica è stata trasportata d’urgenza al pronto soccorso per accertamenti, e gli sposi, comprensibilmente sconvolti, hanno dovuto abbandonare la loro stessa festa per seguirla, assentandosi per oltre un’ora.

Un’assenza che fotografa meglio di ogni altra parola il fallimento della giornata.

La replica dell’organizzatrice e la decisione del giudice

Davanti a questo scenario, la replica dell’ex titolare della società suona quasi come un atto di accusa verso la controparte. «Non abbiamo sbagliato niente», insiste lei, liquidando le contestazioni come ricostruzioni non vere e alterate, pur senza poter sfuggire al verdetto del tribunale.

Il giudice Silvia Leone (questo il nome del magistrato che ha firmato la sentenza) ha riconosciuto la fondatezza di buona parte delle doglianze, quantificando un danno patrimoniale di 15mila euro per il minor valore della prestazione ricevuta, a cui si aggiungono circa 4mila euro di spese legali, raggiungendo così la cifra complessiva di 19mila euro.

Non è stata accolta l’integrale restituzione dei 25mila euro spesi, ma la condanna è pesante: l’azienda dovrà rispondere di una prestazione inesatta, dove la “regia” promessa dalla wedding planner si è rivelata un completo cedimento contrattuale.

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