Ranucci e Lavitola, l’amicizia e l’ombra della strage: “Sconcertato, è un amico”
Articolo Precedente
Articolo Successivo
Redazione Interno
-
La notizia, rimbalzata con il peso di un macigno nelle stanze della redazione di Report, ha lasciato il giornalista Sigfrido Ranucci in uno stato di profondo smarrimento, quasi fosse stordito da un colpo che non si aspettava. Di fronte all’evidenza dell’indagine che coinvolge il faccendiere Valter Lavitola, accusato di essere il mandante dell’attentato esplosivo dello scorso ottobre, Ranucci ha utilizzato parole che tradiscono l’incredulità e il disorientamento, definendo l’uomo al centro del decreto di perquisizione un “amico”.
Un legame, quello tra i due, che si intreccia a doppio filo con le settimane precedenti l’attacco, quando le comunicazioni erano assidue, quasi quotidiane, al punto che il conduttore non ha esitato a confermare la frequenza dei contatti: “Chiamate e messaggi settimanali se non giornalieri”.
L’esplosione, avvenuta il 16 ottobre davanti all’abitazione di Ranucci a Campo Ascolano, nella periferia costiera di Roma, è stata immediatamente inquadrata dalla procura come un evento dalla gravità inaudita.
La Direzione distrettuale antimafia, attraverso un decreto di perquisizione firmato il 4 luglio, ha formalizzato l’ipotesi di reato più severa prevista dal codice penale, quella di strage, contestata a Lavitola con l’aggravante delle modalità mafiose. Questo passaggio investigativo, che rappresenta un’impennata decisiva nelle indagini, trasforma l’atto criminoso da semplice danneggiamento a un attentato potenzialmente letale, capace di minare la sicurezza collettiva e il principio stesso di convivenza civile.
I pm di piazzale Clodio, che seguono il fascicolo, hanno pertanto disposto perquisizioni mirate sia a Roma che a Frascati, affidando l’esecuzione materiale ai carabinieri del Nucleo investigativo.
L’indagine e l’accusa di strage
Il fulcro dell’accusa si regge su un articolato impianto indiziario, al cui centro spicca la figura di Clesio Tavares, descritto dagli inquirenti come un fedelissimo dipendente del ristorante di Lavitola nella zona di Monteverde, a Roma. Secondo quanto ricostruito nel decreto di perquisizione, sarebbe proprio Tavares ad aver ricevuto l’incarico di individuare soggetti in grado non solo di reperire materiale esplosivo, ma anche di farlo detonare davanti alla porta di casa del giornalista.
Questa dinamica, che delinea una struttura gerarchica dell’operazione, ha convinto i magistrati della Dda a sostenere che l’attentato non fosse un gesto impulsivo, bensì il risultato di una pianificazione accurata, volta a colpire un bersaglio preciso attraverso l’impiego di esecutori materiali. L’inchiesta si concentra ora sul ruolo di ciascun soggetto coinvolto in questa catena di comando, cercando di delineare i contorni di un’organizzazione che, nelle intenzioni della procura, avrebbe agito con la spietatezza e l’omertà tipiche delle consorterie criminali.
L’imprenditore e l’ex editore nel mirino
Valter Lavitola, noto per le sue vesti di imprenditore, faccendiere e ristoratore, nonché ex direttore de L’Avanti!, si trova così al centro di un ciclone giudiziario che riporta alla luce il suo passato di incroci tra affari e politica, sebbene l’attenzione attuale sia focalizzata esclusivamente sulla vicenda dell’attentato. La perquisizione a suo carico, eseguita dai carabinieri su disposizione della Dda, rappresenta un tassello fondamentale per verificare la consistenza delle prove e acquisire elementi utili a corroborare l’ipotesi del mandante.
Gli inquirenti stanno scandagliando il suo profilo di frequentazioni e le sue connessioni territoriali, nella convinzione che l’attentato a Ranucci non possa essere scisso dalla rete di relazioni intessuta dall’indagato nel contesto romano. Il fatto che la procura parli esplicitamente di “modalità mafiose” implica la ricerca di un collegamento con metodologie tipiche della criminalità organizzata, aspetto che rende l’inchiesta particolarmente complessa e delicata, richiedendo un approccio investigativo di altissimo profilo.
Il retroscena dei contatti telefonici e dei messaggi scambiati tra Ranucci e Lavitola, rivelato dallo stesso giornalista, aggiunge un elemento di ambiguità al quadro, sollevando interrogativi su quale tipo di relazione intercorresse tra i due nei mesi precedenti l’esplosione.
La reazione di Ranucci, che ha definito l’accusa come un evento in grado di provocargli “sconcerto” per l’amicizia che lo legava a Lavitola, potrebbe aprire la strada a ulteriori approfondimenti sulla natura di questo rapporto, magari legato a fonti confidenziali o a informazioni riservate di cui il conduttore era in possesso.
In questo scenario, l’attentato potrebbe essere interpretato dagli investigatori come un “messaggio a qualcun altro”, un avvertimento lanciato per interrompere un flusso di notizie o per intimidire chi si apprestava a pubblicare determinati contenuti, come lo stesso Ranucci ha lasciato intendere con le sue dichiarazioni alla stampa.




