Trump demolisce Zelensky e rinnova il disprezzo per i "deboli" d'Europa

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   In una lunga intervista rilasciata a Politico, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha condensato, con il suo stile perentorio e spregiudicato, una visione della crisi ucraina e delle relazioni transatlantiche che travolge ogni principio di solidarietà atlantica. Affermando che per Kiev non ci sia più tempo da perdere e che debba accettare dolorose rinunce territoriali di fronte a un vantaggio russo definito incontrastabile, Trump ha di fatto archiviato qualsiasi prospettiva di vittoria militare ucraina, imponendo una logica di realpolitik che non ammette repliche. Le sue parole, che risuonano come un ultimatum piuttosto che come un’analisi, sembrano voler chiudere un capitolo, ignorando del tutto la complessa trama diplomatica e militare degli ultimi due anni.

L’accusa a Zelensky e la derisione dell’Europa

Il fuoco del presidente statunitense, tuttavia, non si è limitato a delineare un amaro compromesso per Kyiv. Trump ha infatti rivolto un’accusa diretta e gravissima al leader ucraino, paragonandolo a un abile imbonitore da circo e sostenendo che utilizzi lo stato di guerra per non indire le elezioni, un’affermazione che mina alle fondamenta la legittimità democratica del suo interlocutore. Ma il disprezzo, se possibile, si è fatto ancora più caustico quando ha preso di mira i leader europei, definendoli senza mezzi termini “deboli” e incapaci di gestire non solo il conflitto, ma anche il tema dell’immigrazione. “Penso che siano deboli, e vogliano essere così politicamente corretti – ha dichiarato – Non sanno cosa fare. L’Europa non sa cosa fare”. Una liquidazione sferzante che, arrivando a pochi giorni dalla pubblicazione di un documento della Casa Bianca in cui si evocava la perdita delle identità nazionali europee, delinea una frattura strategica e culturale di portata storica.

Il contesto di un attacco frontale

Questo nuovo intervento, che si colloca in un momento di estrema delicatezza per le sorti del conflitto, con le forze ucraine in difficoltà sul campo, ha l’effetto di una bomba politica, destabilizzando ulteriormente uno scenario già precario. Mentre a Roma il presidente Zelensky incontrava il Pontefice parlando di “dialogo per una pace giusta” e si apprestava a vedere il presidente del Consiglio italiano Giorgia Meloni, le parole di Trump risuonavano come un monito proveniente da un altro pianeta, segnando una distanza abissale non solo sulle soluzioni, ma persino sul linguaggio e sulle premesse della trattativa. L’Europa, secondo la narrazione del presidente americano, sta andando “in una brutta direzione”, e la sua debolezza costituirebbe un problema primario, forse persino più della stessa aggressione russa.

Le implicazioni di una dottrina senza filtri

Quello che emerge dal colloquio con Politico è, in sostanza, la cruda esposizione di una dottrina che privilegia la forza percepita e l’interesse nazionale in forma strettissima, mettendo in discussione i pilastri stessi dell’alleanza. Non vi è traccia, nelle sue dichiarazioni, di quel sostegno incondizionato che per lunghi mesi aveva caratterizzato la retorica ufficiale di Washington; al suo posto, trova spazio una fredda valutazione di convenienza che demanda a Kyiv l’onere della resa e a Bruxelles la colpa della sua inettitudine. Una posizione, la sua, che rischia di avere ripercussioni immediate non solo sul morale e sulle capacità di resistenza dell’Ucraina, ma anche sull’equilibrio interno di un’Europa chiamata a fare i conti, bruscamente, con un partner tanto determinante quanto imprevedibile.

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