La produttività italiana, frenata dallo squilibrio demografico e da investimenti carenti
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Redazione Interno
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Fabio Panetta, governatore della Banca d’Italia, ha posto una diagnosi netta sulle fragilità strutturali che, nonostante alcuni segnali incoraggianti, ostacolano una crescita stabile del pil. Tenendo la prolusione all’inaugurazione dell’anno accademico dell’Università di Messina, Panetta ha spiegato come la bassa natalità e l’emigrazione dei giovani qualificati, fenomeni che privano il paese di forza lavoro e competenze, rischino di tradursi in un declino del benessere economico collettivo se non affrontati con politiche mirate. La questione demografica, infatti, non è un mero dato statistico, ma una zavorra che graverà sulla capacità produttiva del sistema, soprattutto se rimarrà coniugata a una dinamica della produttività che, da anni, stenta a decollare. Una situazione che richiede, secondo l’analisi della Banca d’Italia, interventi profondi e non più procrastinabili.
Istruzione e ricerca: il divario da colmare con l'Europa
Al centro degli interventi necessari, Panetta ha collocato il potenziamento del sistema formativo e della ricerca, settori in cui l’Italia sconta un ritardo evidente. Le risorse pubbliche destinate all’istruzione, ha ricordato, sono infatti inferiori al 4% del pil, un dato che segna uno scarto di circa un punto percentuale rispetto alla media europea e che rappresenta il livello più basso tra le principali economie dell’area dell’euro. Un paradosso, tra l’altro, è che la spesa pubblica per ciascuno studente universitario risulti significativamente più bassa di quella riservata agli alunni delle scuole superiori, un’inversione di priorità che penalizza il livello più alto della formazione. Se a questo si aggiunge il fatto che in Paesi come Germania e Francia i salari dei laureati sono più alti, si comprende come il sistema italiano, sottofinanziato e meno attrattivo, faticherà a trattenere e valorizzare i talenti di cui pure dispone.
Il ruolo inaspettato del Mezzogiorno e la sfida per il futuro
Nell’analisi del governatore, non vi è però solo la fotografia delle criticità, ma anche il riconoscimento di un cambiamento in atto. Panetta ha infatti indicato nel rilancio del Mezzogiorno la “vera novità” dell’economia post-pandemia, un nuovo motore di crescita che, ormai da almeno un quadriennio, contribuisce in maniera significativa all’espansione del pil nazionale. Questo cambio di passo, che ha ormai modificato la narrazione tradizionale nelle sedi politiche e imprenditoriali, rappresenta un potenziale da coltivare con attenzione. Investire nei giovani e nelle loro competenze, garantendo loro adeguate prospettive retributive e di carriera, diventa quindi la leva strategica per consolidare una crescita che, al momento, appare ancora troppo esposta ai venti della congiuntura internazionale e agli strascichi delle debolezze interne.
La denuncia della precarietà nel mondo accademico
La fragilità del sistema universitario, del resto, non è solo una questione di numeri ma anche di strutture. Mentre Panetta parlava a Messina, la Flc Cgil ha fatto sentire la propria voce, denunciando come gli atenei italiani siano sempre più reggiati da personale precario, una condizione che mina la qualità della didattica e della ricerca. A questa situazione, si accompagna il dato, non meno allarmante, del fondo ordinario per l’università che ha subito decurtazioni, un segnale che contrasta platealmente con l’appello a destinare maggiori risorse al settore. Senza un investimento serio e stabile, che vada oltre le enunciazioni di principio, il circolo vizioso tra bassa produttività, squilibrio demografico e declino economico rischia di rinsaldarsi, vanificando anche le potenzialità di sviluppo che pure il paese, soprattutto nelle sue regioni meridionali, sta dimostrando di possedere.




