La destra e il ritorno del garantismo: l’incerta eredità di una cultura politica

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Redazione Interno Redazione Interno   -   La Ragion di Stato non smarrisca il valore dei diritti: una riflessione che parte da destra, laddove la cultura politica del centrodestra italiano aveva costruito, negli anni, una narrativa solida quanto identitaria intorno alla necessità di superare quella che veniva definita la "svolta giustizialista". L’ossatura di quel pensiero si reggeva su un’idea precisa, e cioè che la separazione dei poteri, il rispetto delle garanzie individuali e la presunzione di innocenza non potessero essere merce di scambio sull’altare di una presunta efficienza repressiva. Oggi, però, lo scenario politico appare segnato da una contro-svolta potenzialmente paradossale, alimentata dalle conseguenze di una sconfitta referendaria che ha agito come un detonatore.

Il terremoto politico innescato dalla vittoria del "No" alla riforma costituzionale sulla giustizia ha prodotto, com’era prevedibile, una scossa immediata sull’esecutivo. Le dimissioni – imposte o rassegnate – di figure di primo piano come Andrea Delmastro e Giusi Bartolozzi, insieme al braccio di ferro che ha portato poi all’uscita di Daniela Santanchè, rappresentano il segno più tangibile di una fibrillazione che va oltre il semplice rimpasto. La premier, Giorgia Meloni, ha esercitato il suo potere di decisore ultimo, quello che le compete per ragioni di opportunità politica e di governo, richiamandosi a una "sensibilità istituzionale" che, nelle sue intenzioni, dovrebbe ricucire lo strappo.

La lezione del referendum e l’antipolitica come metodo

Ma ciò che rende complessa la partita, e che alimenta questa riflessione in contropiede, è il dato di fondo emerso dalle urne. La partecipazione massiccia, con un’affluenza che ha sfiorato il 60% e con il ritorno al voto di oltre 8 milioni di astensionisti, ha restituito un’immagine della politica italiana inedita rispetto agli ultimi anni. In particolare, il coinvolgimento della cosiddetta Generazione Z ha scomposto le previsioni: il loro voto non è stato né una semplice conferma degli schieramenti tradizionali né un’adesione acritica alle indicazioni di partito.

In realtà, se si analizza il dato nella sua interezza, il ricorso allo strumento referendario finisce per contenere una carica oggettivamente antipolitica. I partiti, incapaci di decidere al loro interno o di mediare percorsi riformatori condivisi, hanno finito per lasciare al Popolo il compito di "tagliare il nodo". E il Popolo, in questo caso, lo ha fatto restituendo un verdetto netto. Si tratta di una lezione che interroga direttamente la maggioranza di governo: la sconfitta non è stata solo sul merito della riforma, ma sull’incapacità di rappresentare un'idea di giustizia che fosse percepita come equilibrata e non sbilanciata verso il potere esecutivo.

L’ombra del giustizialismo e la crisi di narrazione

Le dimissioni dei due esponenti di Fratelli d’Italia, legati a vicende giudiziarie o a questioni di opportunità politica (dalla vicenda Almasri per Bartolozzi alle rivelazioni sui legami familiari del socio di Delmastro), hanno riportato al centro del dibattito un tema spinoso: quello della responsabilità individuale e della coerenza. Per anni la destra ha rivendicato la necessità di una "svolta garantista", opponendosi a ciò che definiva uno "sfascio dello Stato di diritto" alimentato da inchieste giudiziarie che invadevano il campo della politica.

Oggi, paradossalmente, la stessa compagine si trova a gestire l’urgenza di dimostrare che il "giustizialismo" non diventi una sorta di boomerang culturale. L’attacco frontale arrivato dalle opposizioni, in particolare dal leader di Italia Viva Matteo Renzi, ha colpito proprio questo punto debole: la narrazione di una leadership plebiscitaria e di un governo che aveva promesso decoro si è scontrata con la realtà di un esecutivo costretto a cacciare pezzi della sua maggioranza per "non assumersi le proprie responsabilità", come è stato rilevato in più interventi pubblici. L’economia che rallenta e i dati sulla percezione della sicurezza in peggioramento completano un quadro in cui l’unica storia da raccontare sembra essere quella di una gestione emergenziale delle crepe interne.

L’istituzione oltre il caso umano

Eppure, al di là delle dinamiche contingenti, la riflessione non può limitarsi alla conta dei dimissionari o alle percentuali di voto. La vera posta in gioco, per una cultura politica che si richiama alla tradizione della destra liberale e garantista, è la capacità di non smarrire il valore dei diritti nel momento stesso in cui si gestisce il potere. Le valutazioni della presidente del Consiglio – che oggi guarda a scenari complessi, fino all’ipotesi di un voto anticipato per evitare il logoramento – devono fare i conti con un’evidenza: la contro-svolta giustizialista, se ve ne fosse una, rappresenterebbe il tradimento del percorso identitario che ha caratterizzato la maturità politica di quest’area.

Il garantismo non è un optional da rivendicare quando si è all’opposizione, ma un principio da applicare con coerenza quando si siede nelle poltrone che contano. La lezione che arriva dal voto referendario, con quella partecipazione trasversale che ha unito generazioni diverse (seppur con una flessione nella fascia dei Millennials), sembra indicare che gli italiani hanno un’idea precisa di come debba essere il rapporto tra politica e giustizia. Un’idea che non ammette derive autoritarie, nemmeno se mascherate da "opportunità politica". La gestione delle prossime settimane, tra scenari di Palazzo e scelte di governo, dirà se quella cultura politica è ancora in grado di essere se stessa, o se la Ragion di Stato prevarrà sui principi che ne avevano decretato la legittimità.

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