Hantavirus, i fantasmi del passato e la quarantena dei quattro viaggiatori in Italia
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Redazione Salute
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Basta una frase gettata lì, quasi di sfuggita, per ripiombare in quell’incubo fatto di guanti, mascherine e distanze da rispettare a ogni costo. Il caso della trentasettenne fiorentina, finita in isolamento dopo aver condiviso un volo con una delle vittime dell’Hantavirus, riaccende improvvisamente i riflettori su una possibilità che credevamo ormai archiviata: quella di vedersi notificare una quarantena. In Italia sono quattro le persone finite sotto la lente d’ingrandimento delle autorità sanitarie: due italiani e due cittadini stranieri, tutti accomunati dall’aver preso posto su quel volo della Klm dove viaggiava la donna poi deceduta a Johannesburg. Loro, dal canto loro, si dicono sereni. «Sto benissimo e non sono affatto preoccupato – ha dichiarato Federico Amaretti, un venticinquenne calabrese di Villa San Giovanni – perché questo virus ha un basso indice di contagio». Una percezione, la sua, che sembra trovare conferme nei pareri tecnici espressi finora dagli esperti, secondo cui il rischio reale di propagazione resta circoscritto.
Queste misure di “quarantena fiduciaria” – sprovviste di quell’obbligatorietà ferrea vista durante la pandemia – rappresentano quindi un atto di pura precauzione. Del resto, le medesime autorità hanno tenuto a precisare che i passeggeri in questione sedevano in file lontane rispetto a quelle occupate dalla donna infetta. Un dettaglio cruciale, che modifica profondamente la valutazione del rischio rispetto agli incubi del passato. Per capire la differenza sostanziale con il Covid, basta osservare ciò che sta accadendo in mare, al largo delle coste di Tenerife.
L’operazione di sbarco sotto il coordinamento dell’Oms
La nave da crociera Mv Hondius, autentico focolaio galleggiante di questa emergenza, si è infine avvicinata al porto di Granadilla. A bordo, l’ombra pesante delle tre vittime accertate (una coppia di olandesi e un cittadino tedesco) e il ricordo dei cinque francesi che, una volta sbarcati, torneranno in patria con un volo sanitario per sottoporsi a un periodo di isolamento ospedaliero prima di affrontare ben 45 giorni di sorveglianza domiciliare. È in questo contesto che si è levata la voce del direttore generale dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, Tedros Adhanom Ghebreysus, giunto sull’isola insieme ai vertici dei ministeri della Sanità e dell’Interno spagnoli. Il suo messaggio alla popolazione locale è stato netto e chiarificatore: «Questa situazione non è comparabile a quella del Covid. Il rischio per la popolazione locale è basso, primo per la natura del virus e, poi, perché il governo spagnolo ha preparato tutto per prevenire qualunque problema». Un tentativo evidente di scongiurare il panico, sfruttando la lezione (cruda) della gestione della crisi sanitaria globale.
La dinamica del contagio e i protocolli sanitari
A differenza del Sars-CoV-2, l’Hantavirus (nello specifico il ceppo Andes, quello rilevato sulla Hondius) presenta una finestra di trasmissibilità molto più ristretta. Gli esperti ricordano che il contagio avviene principalmente attraverso il contatto con roditori o le loro deiezioni, mentre la trasmissione interpersonale – sebbene documentata per il virus in questione – richiede un contatto estremamente stretto e prolungato. «Il contagio avviene solo se ci sono i sintomi», ribadiscono le linee guida, circostanza che limita drasticamente il rischio di focolai incontrollati come quelli cui abbiamo assistito in passato. Per i quattro passeggeri rintracciati in Italia (residenti in Toscana, Calabria, Campania e Veneto), le autorità hanno quindi attivato un monitoraggio attivo: in assenza di febbre o sintomi respiratori, non è previsto alcun tampone, ma solo un periodo di osservazione della durata massima di 45 giorni, in ossequio al periodo di incubazione del patogeno.
Le ripercussioni psicologiche di un ritorno al passato
L’aspetto più affascinante e perturbante di questa vicenda, tuttavia, resta l’eco psicologica che suscita nella gente comune. Basta un solo volo condiviso, un solo passeggero seduto qualche fila più in là, per riattivare i meccanismi del tracciamento e dell’isolamento. Se da un lato la scienza rassicura sulla scarsa aggressività epidemica del virus, dall’altro la macchina organizzativa dello Stato – e quella europea – si è mossa con la stessa solerzia vista durante i giorni più bui della pandemia, dimostrando come quella paura sia ormai incistata nel tessuto sociale. La quarantena della fiorentina, così come lo sbarco blindato della nave a Tenerife con il supporto di mezzi militari e protocolli sigillati, non è solo una misura sanitaria: è il rituale di una società che ha imparato a convivere con l’idea della minaccia invisibile, anche quando i numeri dicono che quella minaccia è, per fortuna, lontana.




