L’avvelenamento di Natale, il cerchio si stringe su due donne
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Redazione Interno
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Le lunghe settimane di attesa, scandite dagli interrogatori e dall’esame minuzioso di sequenze video e tabulati, potrebbero essere giunte a una svolta decisiva. Nel giallo di Pietracatella, il piccolo comune in provincia di Campobasso dove madre e figlia hanno perso la vita a causa della ricina, gli inquirenti hanno finalmente ristretto il ventaglio dei possibili responsabili. Se inizialmente le attenzioni degli investigatori – quelli della Squadra mobile di Campobasso che da mesi setacciano ogni frammento di vita delle vittime – si focalizzavano su quattro o cinque persone, oggi le certezze sono maggiori e i sospetti si concentrano su due figure specifiche, entrambe appartenenti alla cerchia familiare e, stando a quanto trapela, di sesso femminile.
I pasti, le flebo, e un veleno che non lascia scampo
La scoperta che il malore improvviso che aveva colpito Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia quindicenne Sara Di Vita non fosse causato da una comune intossicazione alimentare ha trasformato un lutto in una scena del crimine. Il pranzo consumato il 23 dicembre, o forse il giorno successivo, sembra essere stato il veicolo della morte. Si indaga ancora su come esattamente – se attraverso una torta al cioccolato, un minestrone o altre pietanze preparate in casa – sia stato somministrato l’estratto mortale dei semi di ricino, una sostanza la cui letalità è amplificata dalla totale assenza di un antidoto. Ma gli investigatori non guardano solo alla tavola di Natale. Un tassello fondamentale, emerso durante le audizioni, riguarda le flebo che sarebbero state somministrate alle vittime a Santo Stefano, il giorno dopo il pranzo. Chi abbia preparato e praticato quelle flebo, magari in un disperato tentativo di alleviare i sintomi di un male che i medici del pronto soccorso avevano inizialmente sottovalutato – diagnosticando una banale infezione da pesce o funghi – è oggi una delle domande cardine dell’inchiesta.
Garlasco, la voce di Sempio e il “video nella penna”
Mentre in Molise si scava con pazienza, a nord, nel pavese, riaffiorano vecchie intercettazioni che riaccendono i riflettori su un altro cold case. Nuovi stralci degli audio del soliloquio di Andrea Sempio, l’amico della cerchia di Chiara Poggi finito nel mirino per l’omicidio del 2007, sono stati diffusi. In un dialogo tra sé e sé – forse un pensiero ad alta voce captato in auto – Sempio fa riferimento a un dettaglio piuttosto specifico riguardante materiale privato della coppia: “Il video ce l’ho nella penna”, avrebbe detto, alimentando le ipotesi degli inquirenti su un movente legato a contenuti intimi. La difesa del 38enne, che si è avvalso della facoltà di non rispondere durante l’ultimo interrogatorio, sostiene che quelle frasi fossero semplicemente commenti estrapolati dal contesto, ascoltati durante programmi televisivi o podcast.
Tra chat anonime e ricerche sul veleno
Tornando al duplice omicidio di Pietracatella, gli investigatori hanno passato al setaccio anche la rete. Non si tratta solo di cercare tracce fisiche della ricina – che ormai, data la volatilità della sostanza, è quasi impossibile ritrovare integra nelle mura domestiche – ma di incrociare i tempi delle chat. Nelle indagini, infatti, spunta il sospetto che qualcuno, nei mesi precedenti la tragedia, abbia effettuato ricerche ossessive online. Tracce di conversazioni risalenti all’estate vedrebbero protagonisti utenti anonimi, i quali – nascondendosi dietro la scusa della “trama di un romanzo” – chiedevano informazioni dettagliate sugli effetti dei veleni sul sistema nervoso o sulla possibilità di acquistare grandi quantità di semi di ricino senza lasciare traccia. Un movente potrebbe risiedere in vecchi dissapori familiari, attriti che il marito di Antonella e padre di Sara, Gianni Di Vita (sopravvissuto insieme alla figlia maggiore all’avvelenamento), ha sempre escluso, ma che i parenti lontani, ascoltati più volte, hanno invece lasciato intravedere.




