Tensione tra Venezuela e Usa: gli esperti Onu denunciano l'aggressione armata
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Redazione Esteri
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La tensione tra Venezuela e Stati Uniti, che il presidente Donald Trump ha riportato alla Casa Bianca, raggiunge un nuovo e pericoloso gradino mentre esperti indipendenti delle Nazioni Unite per i diritti umani definiscono il blocco navale imposto da Washington un'"aggressione armata illegale". Tale giudizio, che si fonda sulle regole del diritto internazionale, arriva a seguito del sequestro di due petroliere venezuelane e del massiccio dispiegamento di mezzi militari statunitensi – navi da guerra, aerei e migliaia di soldati – nelle acque dei Caraibi e del Pacifico, giustificato ufficialmente dalla necessità di interrompere il flusso di stupefacenti verso il Nord America. Il governo di Caracas, da parte sua, reagisce accusando gli Stati Uniti di aver messo in atto contro il paese quella che non esita a chiamare "la più grande estorsione della nostra storia", in una spirale di accuse reciproche che ricorda, secondo alcuni osservatori, la logica delle sanzioni precedentemente applicate ad altre nazioni considerate avversarie.
L'offensiva navale e le sue conseguenze
Negli ultimi mesi, mentre una formazione navale statunitense stazionava a poche centinaia di chilometri dalla costa venezuelana, l’obiettivo dichiarato della lotta al narcotraffico – con l’affondamento, a partire dallo scorso settembre, di più di venti imbarcazioni sospette e la morte di circa novanta persone – è stato progressivamente messo in discussione. Le recenti iniziative, come il blocco e i sequestri, sembrano infatti orientarsi con maggiore coerenza verso una strategia di pressione estrema sul regime di Nicolás Maduro, la quale, pur non configurandosi come un’invasione classica, assume i contorni di una coercizione militare. Gli esperti Onu, del resto, hanno sottolineato senza mezzi termini come tali azioni costituiscano un uso proibito della forza, il quale, per il diritto internazionale, attiva a favore dello Stato vittima un diritto alla legittima difesa.
La calma apparente e la guerra di posizione
La reazione venezuelana, al di là delle dichiarazioni di condanna per quella che è stata bollata come "pirateria", si è manifestata in una apparente calma surreale, come riportato da chi si trovava nella capitale Caracas proprio nel momento in cui le minacce dalla Casa Bianca si facevano più concrete. Questa staticità, tuttavia, cela una guerra di posizione fatta di denunce sul piano giuridico-diplomatico e di resistenza politica, mentre il bilancio umano dell’offensiva navale statunitense continua a aggravarsi, avendo ormai superato, secondo fonti locali, il centinaio di morti. Una contabilità tragica che si somma alle già dure condizioni di vita della popolazione, strette dalle sanzioni internazionali.
Il quadro giuridico e le accuse incrociate
Il cuore del conflitto risiede oggi nell’interpretazione delle norme che regolano l’uso della forza. La posizione degli esperti Onu, che parlano esplicitamente di aggressione armata, fornisce una base giuridica significativa alla protesta venezuelana, la quale potrebbe cercare di far leva su questo parere per sollecitare interventi di organismi multilaterali. D’altro canto, l’amministrazione Trump persiste nel presentare le proprie operazioni come una necessaria misura di polizia internazionale contro il traffico di droga, rifiutando qualsiasi accostamento a un atto di guerra non provocato. Questa divergenza radicale di prospettive, dove da un lato si vede una violazione della sovranità nazionale e dall’altro un’operazione di contrasto al crimine transnazionale, rende ogni dialogo estremamente complesso e tiene il fronte in una situazione di stallo permanente e potenzialmente esplosivo.




