Il cuore “bruciato” non dà scampo: il team nazionale dice no al secondo trapianto per il bambino di Nola

Articolo Precedente

precedente
Articolo Successivo

successivo

Redazione Interno Redazione Interno   -   È calato il sipario sull’altalena di speranze che aveva tenuto col fiato sospeso un paese intero. Il bambino di due anni e mezzo, quello che a dicembre all’ospedale Monaldi di Napoli ha ricevuto un cuore poi definitosi “bruciato” dal ghiaccio secco usato per il trasporto, non riceverà un nuovo organo. La doccia gelata è arrivata ieri, dopo una riunione collegiale che ha visto riuniti i nomi di punta della cardiochirurgia pediatrica nazionale: l’Heart Team, convocato proprio nella struttura partenopea, ha espresso parere negativo in modo unanime. Non si può fare, non ora, non in queste condizioni.

E pensare che solo due sere fa l’arrivo di un cuore compatibile aveva riacceso i riflettori, facendo brillare una speranza improvvisa come un fuoco d’artificio. Poi la realtà, quella scritta sui monitor e negli esami strumentali, ha preso il sopravvento. Carlo Pace Napoleone, direttore della Cardiochirurgia pediatrica dell’ospedale infantile Regina Margherita di Torino, uno degli specialisti chiamati a esprimersi, ha spiegato con lucidità il dramma: il piccolo è in condizioni gravissime, ridotte ai minimi termini dopo essere rimasto attaccato per quasi due mesi all’Ecmo, quella macchina cuore-polmoni che tiene in vita ma che, oltre un certo limite, diventa essa stessa causa di sofferenza per l’organismo. Abbiamo trovato una serie di organi compromessi, ha raccontato l’esperto, e di fatto abbiamo escluso che possa avere un futuro. La circolazione extrarea richiederebbe una completa anticoagulazione, e questo, in un quadro clinico che ha visto un aggravamento di una emorragia cerebrale, rischierebbe di essere fatale. Una considerazione, questa, che ha portato i medici a escludere ogni ulteriore tentativo di sostituzione.

Il parere del Bambino Gesù e la posizione del Monaldi

La madre del bimbo, Patrizia Mercolino, quella mamma che da 54 giorni veglia il suo guerriero senza mai mollare, aveva chiesto un parere esterno, l’unico che potesse forse restituirle un briciolo di fiducia. Si era rivolta all’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, e quei medici, dopo aver valutato la documentazione, avevano già spento le speranze: il bambino non è più trapiantabile. Eppure, fino all’ultimo, al Monaldi la linea era stata diversa. I sanitari che hanno in cura il piccolo, lo stesso cardiochirurgo che eseguì il primo intervento (quello che, come atto dovuto, si presume sia finito nel registro degli indagati della procura di Napoli), sostenevano che un tentativo si potesse ancora fare. Tant’è che il piccolo non è mai uscito dalla lista d’attesa, se non brevemente, ed era anzi stato collocato al primo posto per il suo gruppo sanguigno, in Italia e all’estero. Ma la riunione di ieri, quella che ha messo attorno a un tavolo i grandi esperti, ha dovuto prendere atto di una realtà inoppugnabile. Il cuore arrivato nella serata di ieri, quello che aveva fatto sobbalzare la speranza, sarà dunque destinato a un altro bambino: uno degli altri due piccoli compatibili presenti in lista e in situazione di emergenza.

I retroscena dell’inchiesta e il giallo del ghiaccio secco

Sullo sfondo di questa tragedia familiare, che si consuma in una stanza di terapia intensiva, resta aperto il capitolo dell’inchiesta giudiziaria. La procura di Napoli, con il sostituto Giuseppe Tittaferrante e il procuratore aggiunto Antonio Ricci, sta cercando di fare luce su quanto accaduto il 23 dicembre. Il legale della famiglia, Francesco Petruzzi, ha parlato senza mezzi termini di errori, imperdonabili silenzi e bugie. Il cuore, prelevato a Bolzano, sarebbe stato trasportato all’interno di una box con del ghiaccio secco, un materiale che raggiunge i settantacinque gradi sotto zero e che non si usa mai per il trasporto di organi, ma semmai per valvole e tessuti conservati in azoto liquido. Un errore madornale, se confermato, che avrebbe letteralmente ustionato il cuore, congelandolo. Gli ispettori del ministero della Salute e quelli della Regione Campania sono già al lavoro, e i Nas hanno sequestrato il contenitore incriminato. Perché sia stato usato quel tipo di refrigerante, e da chi, è il nodo centrale che gli inquirenti vogliono sciogliere. Ma in questo momento, per la famiglia, per quella mamma che conta le ore e che parla al suo bambino in coma farmacologico, la giustizia passa in secondo piano. Resta solo il dolore, e la consapevolezza che il suo guerriero, alla fine, deciderà per se stesso.

Puoi condividere questo articolo o riprenderne i contenuti, anche parzialmente, citando la fonte con link attivo a informazione.news, il portale online di notizie e approfondimenti.