Afghanistan, i cinque anni dei talebani tra crisi umanitaria e voci di resistenza
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Redazione Esteri
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Nel silenzio che cala su un Paese ormai quasi dimenticato, l'Afghanistan segna il quinto anniversario del ritorno al potere dei talebani con numeri che descrivono una catastrofe umanitaria senza precedenti, mentre la comunità internazionale fatica a trovare una strategia efficace per rispondere a una crisi che appare senza fine.
La data del 27 agosto 2026 non passa inosservata, come testimoniano le iniziative di sensibilizzazione che da diverse città italiane provano a riaccendere i riflettori su una situazione che, nonostante la fine del conflitto aperto, ha visto la popolazione afghana sprofondare in una condizione di povertà e privazione di diritti difficilmente riscontrabile in altre parti del globo.
A cinque anni dalla presa del potere da parte delle nuove autorità de facto, l'Afghanistan è diventato, secondo una valutazione dell'Onu del marzo 2024, il Paese più repressivo al mondo per le donne, un dato che da solo basterebbe a raccontare la regressione subita dalla società afghana in questo lustro di governo talebano.
La crisi umanitaria che non passa
Nonostante la fine delle ostilità aperte, la situazione umanitaria in Afghanistan resta drammatica: secondo i dati diffusi dall'organizzazione Intersos, sono 21,9 milioni le persone che necessitano ancora di assistenza umanitaria, una cifra che rappresenta quasi la metà della popolazione afghana e che testimonia come la fine della guerra non abbia portato alcuna vera tregua per i cittadini.
La sospensione quasi totale degli aiuti allo sviluppo dal 2021 ha trasformato l'assistenza umanitaria nell'unica, e spesso insufficiente, fonte di sostegno internazionale, con il risultato che interi settori come la sanità di base, la nutrizione e i sistemi idrici sono stati lasciati in balia di finanziamenti a breve termine e di programmi di emergenza che non riescono a rispondere alle esigenze strutturali del Paese.
Le conseguenze di questo approccio si vedono quotidianamente nelle strutture sanitarie delle province più remote, dove l'accesso alle cure per le donne diventa sempre più difficile a causa delle restrizioni che limitano la loro mobilità e la loro partecipazione al mondo del lavoro, e dove la malnutrizione infantile raggiunge livelli allarmanti, con un aumento significativo dei ricoveri per malnutrizione acuta grave e moderata registrato nel corso del 2025.
La voce della resistenza femminile
Proprio mentre il regime talebano intensifica le restrizioni contro le donne, allontanandole dalle scuole, dalle università e dalla vita pubblica e bandendo la musica e la voce femminile, la resistenza trova nuovi canali di espressione, come dimostra la canzone "Le Sirene" pubblicata il 27 agosto 2026 dalle artiste Martina Attili e Alia Ansari, un brano che si pone l'obiettivo di restituire voce alle donne afghane attraverso un duetto che unisce lo stile della cantautrice romana alle sonorità orientali della cantante afghana esule a Londra.
Il progetto, nato nel settembre del 2024 durante un incontro dedicato alle donne afghane al Circolo AR di Pomezia, ha preso forma grazie al coinvolgimento dell'ONG NOVE Caring Humans e ha visto Alia Ansari scrivere e interpretare una parte originale in dari, trasformando la canzone in un vero e proprio ponte culturale tra due mondi e due esperienze diverse ma accomunate dalla lotta contro il silenzio imposto.
Il testo, che nomina la violenza senza mai diventare retorico, si rivolge a "tutte le donne che qualcuno ha cercato di mettere a tacere", mentre la musica, con la sua chitarra poetica, alterna lo stile della Attili alle sonorità orientali di Alia Ansari, in un abbraccio sonoro che vuole essere un inno alla libertà di cantare, di scegliere e di resistere, come testimonia la stessa Ansari quando afferma che continuare a cantare significa dimostrare ai talebani che non riusciranno a ridurre un intero popolo al silenzio.
La mobilitazione in Italia e il peso dei rimpatri
Nel frattempo, in Italia la società civile non rimane a guardare: a Ferrara, la Rete Pace Ferrara ha organizzato un presidio il 25 agosto 2026 in piazza Cattedrale per riportare l'attenzione sulla situazione afghana, concentrandosi in particolare sui diritti negati a donne e bambine e sul rischio concreto di rimpatri forzati verso un Paese che per molti non è più casa.
Tra gli interventi più toccanti della serata, che ha visto la partecipazione di circa un centinaio di persone, quello di Francesca Borciani, ferrarese rientrata da pochi mesi in Italia dopo aver lavorato per Emergency a Kabul, che ha raccontato la realtà di una maternità dove si registrano circa 600 parti al mese e dove le donne continuano a morire al parto perché non riescono a raggiungere l'ospedale in tempo, spesso a causa delle restrizioni imposte dal mahram, l'accompagnatore maschile obbligatorio che per molte è un ostacolo insormontabile.
La testimonianza di Borciani ha messo in luce anche il lavoro silenzioso di Emergency, i cui operatori locali rappresentano oltre il 97% del personale e dove le donne costituiscono il 23% della forza lavoro, una "rivoluzione silenziosa" che rischia però di essere soffocata dal progressivo esaurimento del personale femminile formato, dal momento che alle bambine sopra i dodici anni viene impedito di studiare.
La necessità di un cambio di passo
A fronte di questo scenario, l'organizzazione Intersos ha pubblicato un documento di posizionamento in cui esorta i donatori e i governi a rinnovare il proprio impegno a favore del supporto allo sviluppo in Afghanistan, sottolineando che il Paese non può essere sostenuto all'infinito con la sola assistenza umanitaria e che senza una ricalibratura delle strategie dei donatori si rischia di rimanere intrappolati in un ciclo di risposte all'emergenza che non risolvono le cause profonde della crisi.
La proposta di Intersos, che opera in Afghanistan dal 2001 gestendo progetti in sette province, punta a un approccio combinato che integri l'assistenza salvavita con un supporto mirato allo sviluppo, concentrandosi su investimenti a lungo termine nei sistemi sanitari, nell'agricoltura, nelle infrastrutture idriche e nel recupero del settore privato, il tutto senza che ciò implichi un riconoscimento politico delle autorità di fatto.
La posta in gioco è altissima, come dimostra il ritorno di oltre cinque milioni di afghani dai Paesi vicini negli ultimi tre anni, persone che arrivano al confine esauste, disorientate e con poche risorse, per scoprire che in un Paese già in ginocchio non c'è spazio né lavoro né speranza per loro, e che il sostegno umanitario, seppur fondamentale, rischia di essere una toppa troppo piccola per una ferita che continua a sanguinare.
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