Europa, la lezione sbagliata: raddoppia sui fossili mentre India e Cina investono nel verde
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Redazione Economia
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La guerra in Iran – con il suo tragico dispiegarsi di forze sul campo e le sue inevitabili ricadute geopolitiche – sta mettendo a nudo, con una crudeltà che solo i fatti sanno avere, la fragilità strutturale su cui poggia il sistema energetico globale. I combattimenti, infatti, hanno di fatto bloccato le esportazioni di petrolio attraverso lo Stretto di Hormuz, quel passaggio marittimo strategico, una sorta di collo di bottiglia naturale, attraverso cui transita circa un quinto del petrolio e del gas naturale liquefatto mondiale. Una paralisi, quella del traffico navale, che ha subito generato ondate d’urto sui mercati, facendo schizzare i prezzi e mettendo in ginocchio le economie più dipendenti dalle importazioni.
In questo scenario di emergenza – che richiama alla mente, per certi versi, lo shock del 2022 dopo l’invasione russa dell’Ucraina – le risposte dei vari attori internazionali rivelano strategie profondamente divergenti. C’è un Paese, in particolare, che sembra muoversi con una serenità che rasenta l’indifferenza rispetto al caos mediorientale: la Cina. Pechino, oggi, raccoglie i frutti di un percorso avviato anni fa, caratterizzato da investimenti imponenti nelle energie rinnovabili e nell’elettrificazione dei consumi. È un vantaggio competitivo che non passa inosservato: circa un’auto su dieci in circolazione nel gigante asiatico è elettrica, un dato che riduce la vulnerabilità del Paese alle fluttuazioni del greggio. La Repubblica Popolare rimane sì il primo importatore mondiale di petrolio, ma la sua capacità di attingere a riserve accumulate nei periodi di ribasso e di alternare l’uso del carbone al petrolio nei cicli produttivi le garantisce un cuscinetto di cui pochi altri dispongono. Senza questa transizione, avvertono gli analisti, il Paese sarebbe oggi esposto in modo ben più drammatico agli choc dei prezzi.
L’istinto europeo e il paradosso dell’India
Se la Cina sembra aver imparato la lezione del passato, l’Europa – secondo una lettura che emerge con forza dagli ambienti di ricerca – rischia di ripetere gli stessi errori. Di fronte all’ennesima crisi di approvvigionamento, il continente ricade in un istinto ormai quasi fisiologico: preoccuparsi delle scorte, prepararsi a sostenere rincari e riaprire il dibattito sulla necessità di incrementare la produzione interna di idrocarburi. Una reazione che, agli occhi degli esperti, appare miope. Come ha osservato una studiosa del King’s College di Londra, dopo l’invasione dell’Ucraina molti governi europei hanno tentato di tagliare la dipendenza dai fossili russi, ma hanno finito per concentrarsi quasi esclusivamente sulla ricerca di fornitori alternativi, come nel caso della Germania che ha accelerato la costruzione di terminali per il gas naturale liquefatto. Una scelta, questa, che ha di fatto rallentato la transizione energetica e la riduzione strutturale della domanda.
La lezione sbagliata, insomma, è quella di aver risposto a uno shock petrolifero con una maggiore diversificazione delle fonti fossili anziché con una decisa accelerazione verso le rinnovabili. Un errore costoso, se si considera che uno studio del 2023 ha quantificato in circa il 40% della spesa necessaria per decarbonizzare il sistema elettrico europeo la cifra spesa in eccesso per i combustibili fossili dalla guerra in Ucraina a oggi.
Un discorso a parte merita l’India, che condivide con la Cina la sfida demografica e la necessità di alimentare una crescita economica impetuosa. Anche Nuova Delhi ha puntato sul solare, ma con tempi più lunghi e con un sostegno pubblico meno incisivo di quello cinese, specialmente per la produzione domestica di tecnologie pulite. La strategia indiana post-2022 ha puntato molto sulla sicurezza energetica a breve termine: acquisti massicci di petrolio russo a prezzo scontato e incremento della produzione di carbone. Il risultato è che oggi, di fronte alla crisi di Hormuz, l’India si trova a fare i conti con una carenza di gas per cucinare, con il rischio di paralisi per ristoranti e interi settori industriali come quello dei fertilizzanti e della ceramica.
Il fronte interno: i costi per la pesca e la politica dei tagli
L’onda lunga del conflitto non risparmia certo l’Italia, dove le ripercussioni si fanno sentire con particolare violenza nel settore primario. Il caro carburante sta colpendo duramente le cooperative della pesca e dell’acquacoltura sull’Adriatico, una realtà economica che dalla Romagna si estende fino alle Marche. Il prezzo del gasolio erogato ai pescatori – circa un migliaio quelli attivi tra Ravenna e Cattolica – è passato in pochi giorni da 0,67 a quasi un euro al litro. Un incremento che si traduce in un costo medio per il pieno di un peschereccio più che raddoppiato, passato da 700 a 1.500 euro, con conseguenze particolarmente pesanti per le attività di pesca a strascico o volante, che richiedono maggiore autonomia in mare.
Di fronte a questa emergenza, Legacoop Romagna ha chiesto al governo, in particolare al Ministero dell’Agricoltura, interventi mirati per sostenere la filiera ittica. La richiesta – che arriva in un momento in cui il settore era già provato da precedenti crisi energetiche, dall’invasione del granchio blu e dagli effetti delle alluvioni che hanno decimato la produzione di vongole e cozze – si concretizza nella richiesta di un credito d’imposta pari al 20% della spesa per l’acquisto del carburante. Un intervento giudicato “fondamentale” dai rappresentanti della cooperazione, considerando che il costo del gasolio incide per oltre il 40% sui bilanci delle imprese di pesca. L’auspicio, espresso dai vertici di Legacoop, è che si possa bypassare la burocrazia del regime de minimis per garantire tempi di erogazione dei contributi coerenti con l’urgenza del momento.
Un quadro globale a due velocità
Mentre l’Europa e il Giappone – dove il solare e l’eolico coprono appena l’11% del fabbisogno energetico -4 – sembrano arrancare, altre realtà asiatiche dimostrano come le rinnovabili possano rappresentare un argine concreto. Il boom del solare in Pakistan ha permesso di evitare importazioni di combustibili fossili per oltre 12 miliardi di dollari dal 2020, mentre il Vietnam sta risparmiando centinaia di milioni di euro in carbone e gas grazie alla sua attuale capacità fotovoltaica.
Al contrario, le nazioni più povere – dal Bangladesh allo Zambia – si trovano a competere per le scorte di gas limitate con i grandi acquirenti come India e Cina, subendo il doppio colpo dell’inflazione sui trasporti e della scarsità di riserve in valuta estera. In Bangladesh, per fare un esempio, le università sono state chiuse per risparmiare elettricità e il governo ha dovuto razionare il carburante dopo le code ai distributori. In questo contesto, anche gli Stati Uniti di Donald Trump – che, tornato alla Casa Bianca, ha ribadito la sua linea di favorire le trivellazioni -5 – non sono immuni: i prezzi della benzina hanno subito un’impennata del 27% dall’inizio del conflitto, mettendo sotto pressione l’amministrazione in un anno cruciale per le elezioni di midterm.




