Trump invia la portaerei Ford ai Caraibi, il Pentagono: "Uccisi tre narcos"

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Redazione Esteri Redazione Esteri   -   Il Pentagono ha confermato, nelle ultime ore, l'uccisione di tre presunti narcotrafficanti a seguito di un attacco aereo statunitense condotto contro un'imbarcazione sospettata di trasportare droga nelle acque dei Caraibi. Questa azione militare, che si inserisce in un contesto già estremamente teso, rappresenta soltanto il preludio a un'operazione di ben più ampia portata, la quale, stando a quanto ricostruito, costituirebbe il più imponente dispiegamento navale americano nell'area dai tempi remoti della crisi dei missili di Cuba, risalente ormai al 1962. La prossima settimana, infatti, è atteso l'arrivo nelle acque caraibiche del gruppo da battaglia guidato dalla USS Gerald R. Ford, la portaerei più grande e tecnologicamente avanzata mai costruita per la Marina militare statunitense, la quale sarà scortata da altre tre unità da guerra di notevole potenza. A bordo della superportaerei, come riferito, sono schierati non meno di settantacinque caccia, uno spiegamento di forza che appare come un messaggio inequivocabile indirizzato al governo di Caracas.

La "Golden Fleet" e la strategia navale di Trump

Fonti vicine all'amministrazione raccontano che il presidente Donald Trump avrebbe espressamente richiesto la creazione di una nuova forza navale, poderosa e all'avanguardia, concepita per la competizione strategica su scala globale, con un'attenzione particolare rivolta alla sfida con la Cina. Alcuni analisti, del resto, ipotizzano che questa flotta potrebbe essere battezzata "Golden Fleet", in un omaggio palese alla passione di Trump per tutto ciò che è oro o che visivamente lo richiama. Non si esclude, inoltre, che nei piani a lungo termine vi sia l'intenzione di sviluppare classi di navi da guerra che, richiamando le linee delle vecchie corazzate, siano però dotate di apparati bellici modernissimi: si parla di cannoni a lungo raggio, sistemi missilistici avanzati e droni d'attacco, a significare una volontà di unire la potenza di fuoco tradizionale alla tecnologia più recente.

Le voci critiche e la posizione russa

Dall'altra parte, non mancano voci che sminuiscono le motivazioni alla base dell'escalation. Moises Naim, intellettuale di origini libiche ma cresciuto e formatosi a Caracas prima di conseguire un dottorato al Mit, pur non nascondendo le gravissime responsabilità di Nicolas Maduro, da lui definito "un dittatore della peggior specie" che avrebbe "rubato le elezioni e represso brutalmente le opposizioni", ha bollato come una "montatura" di Trump la narrazione del Venezuela come narcostato. Nel frattempo, alla mossa americana è giunto anche un monito da Mosca, la quale ha osservato con preoccupazione l'invio di una tale potenza militare così vicina alle coste di un paese alleato, inasprendo ulteriormente i toni di una crisi internazionale che ormai travalica i confini della regione caraibica.

Uno scenario geopolitico in fermento

L'arrivo imminente della Gerald Ford, con il suo carico simbolico e materiale di potenza, trasforma il Mar dei Caraibi in un palcoscenico di confronto tra potenze, dove l'azione militare diretta contro il narcotraffico si confonde con le più ampie manovre di pressione politica e strategica. La situazione, come confermano gli sviluppi, appare sempre più a rischio, segnata da azioni belliche già in atto e da un dispiegamento di forze che non ha precedenti nell'ultimo mezzo secolo, il tutto mentre la diplomazia internazionale fatica a trovare uno spiraglio per una de-escalation.

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