Crisi del riciclo plastica, l'industria italiana chiede quote minime obbligatorie di utilizzo

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Redazione Economia Redazione Economia   -   La filiera italiana del riciclo delle plastiche, già in ginocchio per una recessione profonda e senza precedenti, si trova ora a fronteggiare una doppia criticità: da un lato la minaccia di una nuova stretta fiscale da Bruxelles, dall'altro la necessità impellente di garantire uno sbocco di mercato ai materiali che, con fatica, vengono rigenerati. L’Unione europea, stando ai dati che circolano nel settore, avrebbe già perso capacità produttiva per un milione di tonnellate, un volume che, per dare l’idea della portata, equivale all’intera capacità di riciclo della Francia. Impianti fermi, alcuni dei quali sull’orlo del fallimento, fanno da sfondo a un quadro reso ancor più complesso dalla frammentazione dei mercati di sbocco per le materie prime seconde, dagli alti costi dell'energia, dalla volatilità dei prezzi della plastica vergine e, non ultima, dalla concorrenza di operatori esteri che spesso aggirano le normative.

Il costo della plastic tax e lo spettro di un'aliquota più alta

A gravare ulteriormente sul comparto, che pure vanta performance di riciclo tra le più virtuose a livello continentale, è il pesante fardello dei contributi versati all’erario comunitario. Dal 2021 ad oggi, infatti, l’Italia ha dovuto corrispondere all’Unione europea più di 3 miliardi di euro per la cosiddetta plastic tax, il tributo che si applica agli imballaggi in plastica non riciclati. Una cifra stratosferica, quella indicata dalla Corte dei Conti, che ha continuato a crescere nonostante gli sforzi del sistema nazionale. La paradossale conseguenza è che, mentre gli impianti di riciclo soffrono la crisi di domanda, il Paese paga miliardi per il materiale che non riesce a recuperare. E la prospettiva, come riferito da alcune fonti, è che Bruxelles possa valutare un ulteriore inasprimento dell’aliquota, in un momento di estrema fragilità per l'industria del settore.

L'analisi della trasmissione Report e le voci degli operatori

La complessità di una situazione, che da problema di settore è diventato tema di pubblico dominio, è stata recentemente portata all’attenzione del grande pubblico dalla trasmissione di inchiesta Report, su RaiTre. Nel servizio andato in onda lo scorso 18 gennaio, l’autrice Antonella Cignarale ha ricostruito con equilibrio le varie sfaccettature della crisi, dando voce, tra gli altri, al presidente di Assorimap Walter Regis e ad alcuni operatori attivi nella fase di selezione dei rifiuti. Quella emersa è la fotografia di un sistema sotto stress, dove il lavoro certosino di recupero e trattamento rischia di essere vanificato dalla mancanza di una domanda strutturata e garantita per il prodotto finale.

La proposta delle quote obbligatorie come possibile via d'uscita

Proprio per scongiurare il collasso di un comparto strategico per la transizione ecologica, e per arrestare l'emorragia di risorse pubbliche verso la plastic tax, si fa sempre più strada l’idea di introdurre quote minime obbligatorie di utilizzo di plastica riciclata nei prodotti nuovi. Un meccanismo, questo, che molti ritengono indispensabile per creare finalmente un mercato stabile e remunerativo, in grado di assorbire la produzione degli impianti e di rendere sostenibili gli investimenti fatti. Senza un intervento normativo che regoli e incentivi la domanda, infatti, gli sforzi dell’offerta rischiano di rimanere un’operazione a perdere, con ripercussioni pesanti sia sul piano ambientale che su quello industriale ed economico.

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