Palazzo dei Normanni, la crisi di governo e il fronte che chiede le dimissioni di Schifani

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Redazione Interno Redazione Interno   -   Un presidio delle forze di opposizione si è radunato a Palermo, in piazza Indipendenza, davanti alla sede della presidenza della Regione, per chiedere a gran voce le dimissioni del governatore Renato Schifani. Pd, M5s e Controcorrente, insieme ad esponenti di partiti non presenti all’Ars come Avs e Italia viva, hanno costituito un “fronte alternativo progressista”, trovando un punto di unione nella protesta scatenata dalla bufera giudiziaria che ha investito alcuni protagonisti del centrodestra, i quali, è bene ricordare, sostengono l’esecutivo regionale. La manifestazione, tenutasi ieri, ha visto convergere istanze diverse, accomunate dalla richiesta di un cambio di passo alla luce delle indagini della Procura di Palermo, che hanno coinvolto figure di spicco come l’ex segretario della Dc Totò Cuffaro, il capogruppo dei centristi all’Ars Carmelo Pace e il coordinatore nazionale di Noi moderati Saverio Romano.

La maggioranza in cortocircuito e lo smarcamento di Lombardo

Mentre le opposizioni si mobilitavano in piazza, la maggioranza che regge il governo entrava in una fase di cortocircuito, con il vertice convocato per oggi all’Ars e gli autonomisti di Raffaele Lombardo che annunciavano, in un colpo di scena, la loro mancata partecipazione al confronto con gli alleati. La tensione è palpabile, alimentata non solo dalle richieste dell’opposizione ma anche dalle pressioni interne, tra cui quella del presidente dell’antimafia che ha sollecitato di non limitarsi alla semplice cacciata dei due ex assessori, Nuccia Albano e Andrea Messina. Una situazione che mette a nudo le crepe in una coalizione costretta a fare i conti con le conseguenze di un’inchiesta sulla corruzione.

La Nuova Dc sull’orlo della perdita degli incarichi di sottogoverno

Già estromessa dalla giunta, la Nuova Dc si trova ora a un passo dalla perdita degli incarichi di sottogoverno, una questione che il centrodestra avrebbe dovuto discutere nel vertice di maggioranza convocato a Palazzo dei Normanni. Sebbene l’incontro potesse essere rinviato in extremis per problemi organizzativi – con l’assenza certa di alcuni rappresentanti – i leader avevano concordato sull’ordine del giorno: il ragionamento, di una logica stringente, è che se un partito è fuori dalla giunta, non può mantenere un piede dentro le altre amministrazioni collegate alla Regione. Una tesi sulla quale lo stesso Schifani non avrebbe sollevato obiezioni, essendo stato il primo a estromettere i cuffariani dagli assessorati alla Funzione pubblica e al Lavoro.

Schifani azzera la quota Dc e la giunta va in tilt

Il presidente della Regione Siciliana, Renato Schifani, con un atto formale ha revocato le deleghe ai due assessori della Democrazia Cristiana, sancendo di fatto l’uscita del partito dalla giunta e azzerandone la quota. La decisione, motivata con la necessità di garantire «massima trasparenza, rigore e correttezza istituzionale» in vista degli sviluppi giudiziari, accelera una crisi politica che sta scuotendo dalle fondamenta la coalizione. L’inchiesta della Procura di Palermo, che ha tra i suoi indagati l’ex presidente Salvatore Cuffaro, ha quindi innescato un terremoto i cui effetti continuano a propagarsi, lasciando la giunta in uno stato di tilt e ponendo interrogativi cruciali sugli equilibri futuri, mentre si decide chi entrerà a farne parte e chi, invece, ne resterà definitivamente fuori.

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