Il paradosso Altman, l’uomo che vuole costruire il futuro ma di cui nessuno si fiderebbe
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Redazione Economia
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Nella gerarchia del potere della Silicon Valley, Sam Altman occupa una posizione che non ha eguali. Non è solo il capo di OpenAI, l’azienda che ha dato il via alla corsa all’oro dell’intelligenza artificiale generativa, ma è il volto pubblico di una rivoluzione che promette di riscrivere le regole del lavoro, della creatività e della conoscenza umana. Tuttavia, dietro la facciata del leader carismatico che sussurra ai governi e incanta gli investitori, si è consumata una delle crisi di credibilità più profonde della storia tecnologica moderna, riemersa con forza grazie a una monumentale inchiesta del New Yorker firmata da Ronan Farrow e Andrew Marantz. “Ci si può fidare di Sam Altman?” si chiedeva già nel 2019 Ilya Sutskever, ex scienziato capo e co-fondatore di OpenAI, e la domanda, rimasta senza una risposta rassicurante per anni, trova oggi eco in oltre cento testimonianze raccolte dai giornalisti premiati con il Pulitzer.
A pronunciare quelle parole non è stato un rivale invidioso, ma l’uomo che per anni è stato il suo braccio destro tecnico; eppure, nonostante l’allarme fosse scattato molto prima della famosa “defenestrazione” del 2023 (l’evento che i dipendenti chiamano “the blip”), Altman è riuscito a riconquistare la poltrona in pochi giorni, spazzando via quasi tutto il consiglio che lo aveva criticato. L’inchiesta, che ha richiesto un anno e mezzo di lavoro e la consultazione di duecento pagine di documenti interni mai divulgati prima, dipinge il ritratto di un individuo “non ancorato alla realtà” secondo le parole di un membro del consiglio di amministrazione, un uomo capace di possedere due caratteristiche opposte e letali: un fortissimo desiderio di compiacere l’interlocutore in ogni singola interazione, unito a una quasi sociopatica indifferenza per le conseguenze dei propri inganni. Lo testimoniano i messaggi privati di Dario Amodei, ora a capo di Anthropic, il quale lasciò OpenAI proprio per il disaccordo sulla sicurezza, annotando senza mezzi termini che “il problema di OpenAI è Sam stesso”.
Le crepe nella missione e il doppio gioco sulla sicurezza
La fondazione di OpenAI, avvenuta nel 2015 anche grazie al sostegno iniziale di Elon Musk, era stata pensata come una struttura non profit, con un consiglio di amministrazione il cui dovere primario era la sicurezza dell’umanità, persino a scapito del successo commerciale dell’azienda. Questa architettura ideale, raccontano le carte del New Yorker, si è scontrata con la realtà di un leader che considerava i limiti etici come semplici ostacoli da aggirare. Un esempio lampante, riportato dall’inchiesta, riguarda la promessa pubblica di stanziare il 20% della potenza di calcolo per il team di “super-allineamento”, incaricato di domare i rischi esistenziali dell’AI; nella pratica, questa dotazione si è rivelata essere appena l’1% o il 2% della capacità totale, spesso su hardware obsoleto, fino al definitivo scioglimento del reparto.
La stessa attitudine al doppio gioco emerge nelle relazioni internazionali e politiche di Altman. Mentre in pubblico spingeva per una regolamentazione etica dell’intelligenza artificiale, in privato faceva lobbying contro le leggi più restrittive in California. E ancora, se durante l’amministrazione Biden si era presentato come un interlocutore fedele, con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca (ormai consolidato da più di un anno) ha prontamente virato la rotta, elargendo donazioni per la cerimonia d’insediamento e comparendo al suo fianco per annunciare maxi-progetti infrastrutturali da centinaia di miliardi di dollari. Un atteggiamento che, agli occhi degli ex soci, conferma la tendenza a utilizzare la politica come una leva personale, piuttosto che come un campo di applicazione di principi etici stabili.
La poltrona più a rischio (e potente) del mondo
Nonostante il potere accumulato, la posizione di Altman resta paradossalmente la più fragile e la più esposta dell’intero ecosistema tecnologico. L’inchiesta ricostruisce in dettaglio i cinque giorni di novembre del 2023, quando il consiglio di amministrazione, spinto dalle preoccupazioni di Sutskever, lo estromise con l’accusa di non essere “costantemente sincero” nelle comunicazioni. L’operazione, però, si rivelò un boomerang: il licenziamento scatenò un ammutinamento senza precedenti, con settecento dipendenti su settecentosettanta che firmarono una lettera collettiva minacciando le dimissioni. La defenestrazione, lungi dal ridimensionare Altman, ne ha paradossalmente certificato l’indispensabilità, trasformandolo in una sorta di simbolo dell’azienda che non può fare a meno del suo fondatore, anche quando quest’ultimo viene accusato di manipolazione.
Le conseguenze di quella breve guerra di potere sono state la rimozione dei membri del consiglio a lui ostili e la nomina di figure più accomodanti. Questo epilogo ha di fatto vanificato la struttura di governance pensata per tenere sotto controllo l’AGI, accentrando il potere decisionale nelle mani di un uomo che, secondo le dichiarazioni raccolte dal New Yorker, viene descritto da chi lo conosce bene come un “bugiardo cronico”. Nei corridoi di OpenAI, si mormora che Altman modifichi la versione dei fatti a seconda dell’interlocutore, creando confusione anche su protocolli di sicurezza fondamentali; un senior executive di Microsoft, ascoltato dai giornalisti, ha spinto l’analisi fino a paragonare il rischio reputazionale legato ad Altman a quello di truffatori famosi come Bernie Madoff o Sam Bankman-Fried.
L’eredità contesa e i fantasmi del processo Musk
La battaglia per la fiducia in Sam Altman si intreccia inevitabilmente con il destino giudiziario dell’azienda, in particolare con la causa intentata da Elon Musk. L’imprenditore, che fu tra i fondatori di OpenAI prima di uscirne nel 2018, ha portato in tribunale l’accusa secondo cui Altman avrebbe tradito la missione originaria dell’organizzazione, trasformandola in un’entità for-profit asservita a Microsoft. L’inchiesta del New Yorker aggiunge dettagli inediti a questa faida: emergono messaggi in cui Sutskever cercava invano di mediare tra le due parti, preoccupato che la lotta per il controllo distogliesse l’attenzione dalla sicurezza. Oggi, mentre Musk chiede la rimozione di Altman dalla società, la corte si prepara a esaminare le prove di un presunto comportamento anticoncorrenziale.
Oltre al fronte legale con Musk, Altman deve fare i conti con lo scontento di chi, come l’ex responsabile della sicurezza Dario Amodei, sostiene che la ricerca sia stata sacrificata per assecondare gli sponsor. Amodei, fondatore di Anthropic, ha lasciato prove scritte della sua frustrazione, definendo “stronzate” alcune delle giustificazioni del CEO. Questa sfiducia di massa, che parte dai vertici stessi dell’intelligenza artificiale, solleva un interrogativo inquietante: se nemmeno chi ha contribuito a costruire questi sistemi si fida della persona che li controlla, quale garanzia può avere il resto del mondo? La cronaca di questi anni suggerisce che Altman abbia vinto tutte le battaglie per il potere, ma quella per la credibilità, almeno stando alle carte pubblicate, appare ancora in bilico.




