Titoli di Stato Usa, il “termometro della paura” si impenna tra crisi petrolifera e tensioni geopolitiche
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Redazione Economia
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Il mercato obbligazionario americano, e con esso quello europeo, sta attraversando una fase di turbolenza che non si vedeva da mesi, con i rendimenti dei titoli di Stato che continuano a salire e la volatilità che torna a mordere. A lanciare il segnale più evidente di questo nervosismo diffuso è l’ICE BofA MOVE Index, quell’indicatore che gli operatori finanziari chiamano il “termometro della paura” per la sua capacità di misurare l’ansia degli investitori sui Treasury: l’indice è schizzato ai livelli più elevati dallo scorso giugno, mentre il rendimento del decennale americano si aggira intorno al 4,28%. Una tensione, quella che si respira oltreoceano, che non è figlia del caso ma il riflesso diretto di una congiuntura geopolitica ed energetica che si fa di giorno in giorno più pesante.
Il nodo principale, attorno a cui tutto ruota, è l’escalation del conflitto in Medio Oriente e le sue ripercussioni immediate sul prezzo del greggio. L’allargamento dello scontro, con azioni militari che colpiscono direttamente le rotte navali e le infrastrutture energetiche, ha riacceso il timore di uno shock petrolifero capace di riverberarsi sull’inflazione, tenendo banco sui mercati di tutto il mondo. Come hanno sottolineato gli analisti di InTouch Capital Markets, la volatilità del petrolio è diventata la notizia del giorno, e la sua ombra si allunga ormai su ogni classe di attivo, dalle azioni ai bond, condizionando le scelte di portafoglio e alterando le aspettative sulle future politiche monetarie. Il Brent, in questo clima incandescente, ha ripreso a correre, superando agilmente la soglia psicologica dei cento dollari al barile e alimentando una spirale che pare non trovare argine.
L’effetto Iran si propaga sui rendimenti europei e inglesi
Le conseguenze di questo scenario non restano confinate oltreoceano, ma attraversano l’Atlantico con impressionante rapidità, contagiando i listini e i titoli di Stato dell’Eurozona. I rendimenti dei bond governativi del Vecchio Continente hanno registrato un netto rialzo, annullando di fatto i lievi cali delle sedute precedenti: il costo di finanziamento del Bund tedesco decennale, riferimento per l’area euro, si è portato al 2,92%, mentre il Btp italiano è salito al 3,64% e il Gilt inglese ha visto il suo rendimento riavvicinarsi alla soglia del 4,7%. La logica che muove questi numeri è la stessa che agita i Treasury: gli investitori, temendo che la fiammata del greggio possa tradursi in un’inflazione più appiccicosa del previsto, iniziano a prezzare una politica monetaria delle banche centrali che difficilmente potrà allentare la presa, costringendo i tassi a rimanere elevati più a lungo. In questo clima, la ricerca di rendimento si fa più complessa, e i prezzi dei bond ne risentono, spingendo al rialzo i tassi.
Il paradosso dei Treasury tra dati macro e inflazione
E se in Europa la seduta ha visto un consolidamento dei rialzi, con il Bund al 2,95% e lo spread italiano attestato su livelli comunque elevati, negli Stati Uniti il quadro si è fatto ancora più complesso e in parte contraddittorio. Da un lato, i rendimenti a breve e medio termine hanno mostrato qualche timido segno di cedimento, mentre quelli a lungo termine proseguivano la loro corsa al rialzo, con il decennale stabilmente sopra il 4,24%. Un movimento che riflette la confusione degli operatori, combattuti tra la pubblicazione di alcuni dati macroeconomici, come la seconda lettura del Pil del quarto trimestre, e l’incubo di un’inflazione in risalita. I numeri sulla crescita, inferiori alle attese, avrebbero suggerito un ritorno all’acquisto di titoli di Stato, facendone calare i rendimenti; la prospettiva di un caro-petrolio persistente, però, spinge nella direzione opposta, facendo prevalere la tesi di un’inflazione difficile da domare e di un conseguente irrigidimento della Fed, un tema, quest’ultimo, destinato a tenere banco ancora a lungo sui mercati globali.




