Il ritorno del petrolio e la paura nei mercati: l’indice MOVE torna a salire
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Redazione Economia
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La cronaca economica di queste settimane ci restituisce l’immagine di un sistema finanziario globale che, nonostante i proclami sulla transizione verde, continua a ballare al ritmo del greggio. L’attuale crisi in Medio Oriente, con la sua capacità di innescare rincari e incertezze, dimostra qualcosa che spesso si tende a rimuovere: e cioè che l’economia mondiale, al di là dello sviluppo delle rinnovabili, rimane saldamente ancorata al petrolio e agli idrocarburi in generale. È da questa dipendenza, e dall’escalation del conflitto, che dobbiamo partire per interpretare il nervosismo che ha colpito i mercati obbligazionari, con i rendimenti dei titoli di Stato che, un po’ in tutto il mondo occidentale, hanno ripreso a correre.
Uno dei segnali più allarmanti, per chi osserva i mercati da una prospettiva di lungo periodo, proviene dall’ICE BofA MOVE Index. Si tratta di un indicatore, spesso definito come il termometro della paura del mercato obbligazionario, che misura la volatilità implicita dei Treasury americani. Ebbene, questo indice è schizzato verso l’alto, toccando i livelli più elevati dallo scorso mese di giugno. È un movimento che non può essere ignorato, perché ci parla di un’ansia diffusa tra gli investitori, i quali, di fronte all’incertezza geopolitica e al conseguente rincaro dell’energia, iniziano a scontare scenari di inflazione più appiccicosa e persistente di quanto si sperasse fino a poche settimane fa. Le obbligazioni a dieci anni statunitensi, in questo clima, rendono circa il 4,28%, un valore che rimette in discussione molte delle certezze accumulate nei mesi precedenti.
Osservando la situazione dai due lati dell’Atlantico, si notano dinamiche simili ma con intensità diverse. Nell’Eurozona, i rendimenti dei titoli di Stato hanno chiuso una recente seduta in lieve rialzo, una tregua solo apparente dopo i fortissimi aumenti delle due settimane precedenti. Il costo di finanziamento del Bund decennale tedesco, il benchmark di riferimento per l’area, è salito di 2 punti base, attestandosi al 2,95%, mentre quello dei BTP italiani è lievitato fino al 3,75%. Segno che la percezione del rischio, per i paesi più indebitati come il nostro, rimane più elevata. A fare da traino, o da trappola, ci sono sempre loro, i Treasury americani: i rendimenti a lungo termine hanno continuato a salire, riportandosi comodamente sopra la soglia del 4,24%, trascinando al rialzo anche i Gilt inglesi, arrivati al 4,79%.




