L’arte (difficile) di restare investiti quando la geopolitica torna a dettare l’agenda dei mercati
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Redazione Economia
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La guerra in Iran – con il suo carico di incertezze, embargo impliciti sull’energia e tensioni diplomatiche che si riverberano minuto per minuto sui terminali elettronici – ha riscritto in poche settimane le regole non scritte della pianificazione patrimoniale. Lo shock bellico, come spesso accade quando a muoversi sono gli eserciti e non solo i banchieri centrali, ha travolto innanzitutto i titoli di Stato europei; quei bond che solo qualche mese fa rappresentavano per molti l’approdo sicuro in un’ipotetica fase di distensione dei tassi hanno subito un’inversione di tendenza drammatica, con i prezzi in caduta libera e i rendimenti schizzati verso l’alto in modo quasi verticale. A certificare la portata della scossa è bastato osservare l’andamento dell’S&P 500 tra fine febbraio e metà marzo – un rosso del 2,3% che, se letto accanto alla contemporanea impennata dei Treasury americani decennali (passati dal 3,94% al 4,20%), racconta perfettamente la dinamica di una fuga dalla qualità verso la sola, immediata liquidità.
Eppure, anche l’oro – che per definizione dovrebbe rappresentare l’ultima trincea della “paura” – ha tradito le aspettative in questa tornata di fuoco, perdendo terreno complessivamente oltre il 10% mentre petrolio e gas salivano, a testimonianza di come le vecchie certezza sulla decorrelazione tra asset stiano mostrando più di una crepa. In un contesto dove la volatilità non risparmia più nemmeno i parcheggi tradizionali, il responsabile della ricerca di Cassa Lombarda, Marco Vailati, ricorda un principio che nella consulenza finanziaria rischia spesso di trasformarsi in un semplice tòpos retorico: “restare lucidi”. Un monito, questo, che non suona affatto come un banale invito alla pazienza ma piuttosto come una presa d’atto della necessità di evitare letture automatiche della realtà; perché se è vero che i mercati – complici i timori per una tregua tra Stati Uniti e Iran in scadenza – vivono di fibrillazioni costanti, è altrettanto vero che confondere la percezione di un contesto difficile con la certezza di un peggioramento lineare è il primo passo verso scelte dettate dal panico piuttosto che dalla strategia.
Quando il “risk-off” globale riscrive le gerarchie dei portafogli
Se si analizzano i flussi degli ultimi trenta giorni, emerge un paradosso solo apparente: nonostante i rendimenti obbligazionari siano aumentati (e quindi i prezzi scesi), molti investitori istituzionali hanno scelto di rientrare sui Treasury americani o sul debito europeo non per cercare rendimento, ma per preservare il capitale in attesa di tempi migliori. Questa, a ben vedere, è la dimostrazione pratica di come anche in piena guerra l’asset allocation debba trovare un equilibrio tra la necessità di non rimanere esposti alla volatilità azionaria e quella di non farsi mangiare vivi dall’inflazione importata. L’incertezza, insomma, non è uno stato d’animo ma una variabile economica, e come tale va gestita con strumenti che guardino alla diversificazione geografica e settoriale piuttosto che all’azzardo temporale.
Sul fronte azionario, le indicazioni che arrivano dalle principali società di gestione sono univoche: l’energia, con i suoi guadagni a doppia cifra, è l’unico settore ad aver retto l’urto del conflitto, mentre materiali di base e industriali – storicamente ciclici – hanno subito perdite pesantissime che in alcuni casi hanno superato il 15%. E se è vero che i mercati emergenti, soprattutto quelli importatori netti di petrolio, hanno pagato un prezzo salato (la Cina, per fare un esempio, ha visto le sue borse arretrare sensibilmente), non si può nemmeno generalizzare: ci sono sacche di resilienza, come i paesi esportatori di materie prime, che anzi hanno beneficiato del rincaro delle commodity.
Le banche centrali e il ritorno di fiamma dell’inflazione
La vera variabile, quella che agita maggiormente i sonni dei gestori patrimoniali, resta però la reazione delle banche centrali di fronte al duplice shock – energetico e geopolitico – che sta attraversando l’economia reale. Le aspettative sui tassi, va ricordato, sono cambiate radicalmente in poche settimane: prima dell’escalation in Medio Oriente il mercato dava per scontato un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve entro l’estate; oggi, complice la spinta inflazionistica del petrolio oltre i cento dollari al barile, si discute apertamente della possibilità di un rinvio, se non di un nuovo, seppur lieve, rialzo. È in questo frangente che le parole degli analisti di Pictet Asset Management assumono tutto il loro peso, suggerendo che forse l’approccio più prudente, in un’ottica tattica, sia tornare a un allocazione neutrale sui Treasury USA, riducendo al contempo l’esposizione al debito dei mercati emergenti in valuta locale.
Per l’investitore privato, spesso tentato di liquidare tutto alla prima notizia di un missile lanciato nello Stretto di Hormuz, la lezione che arriva da questi giorni di fuoco è un’altra: cercare di cronometrare il mercato in presenza di un conflitto in corso è un esercizio non solo inutile ma potenzialmente rovinoso. La vera ricetta, per quanto scomoda, rimane quella di sempre: rimanere investiti, diversificare per classi di attivo e – se possibile – mantenere una quota di liquidità che, in questo specifico momento storico, sta battendo molti beni rifugio tradizionali in termini di sicurezza immediata. Il tempo, in finanza, è il miglior alleato, a patto però di non confonderlo con l’immobilismo; perché se è vero che la guerra distrugge valore, è altrettanto vero che la storia insegna come i mercati, una volta passata la tempesta, tendano a guardare avanti, scontando un futuro che – si spera – sarà meno cupo del presente.




